foto di Arcangelo Piai
Traduzioni di Pasquale Di Palmo
Il Ponte del Sale 2025
prefazione di Massimo Raffaeli
Il lavoro traduttivo di Pasquale Di Palmo – ampio, sorvegliato, di lungo corso – nel volume recentemente dato alla luce per i tipi del Ponte del Sale (I miei pugni beccati dai fagiani, Il Ponte del Sale 2025, prefazione di Massimo Raffaeli, con una nota dell’autore) mostra, con intatta evidenza, come quella fertile frizione fra identità linguistica dell’autore e attentività poietica del traduttore generi esiti dotati di nuova fisionomia e intensità. È lo stesso traduttore a dichiarare, con lucidità disarmata, che “una traduzione […] rappresenta sempre uno smacco”, configurandosi come “una composizione a sé stante”, dunque come un atto che nasce già nella consapevolezza della propria insufficienza. Ma è proprio in questa insufficienza – che egli radicalizza fino a definirla “approssimazione dell’approssimazione” – che si apre lo spazio di una prassi creativa.
Raffaeli individua con precisione il baricentro di tale operazione, parlando di un equilibrio non pacificato fra rigore e invenzione: un “combinato disposto” in cui la filologia non è mai ancillare all’estro, né viceversa. Tuttavia, più che un equilibrio, si direbbe una dialettica inarresa, un limen critico dove il testo originario non viene né replicato né oltrepassato. In questo senso, la nozione pittorica di d’après coglie un punto nodale: la copia non desidera coincidenza, ma una distanza vigilata che è condizione stessa di fedeltà.
È qui che interviene il dato decisivo dell’“empatia”, su cui Di Palmo insiste nella nota in chiusura: “senza tale trasporto, senza tale immedesimazione, vissuti di volta in volta in forma differente, penso non ci sarebbe stato alcun tentativo di trasporre nella nostra lingua le parole di un altro”. Da attitudine emotiva, l’empatia muove a condizione necessaria del tradurre. L’adesione allo “spirito del testo” si carica di un valore quasi corporeo, come dimostrano le scelte autoriali privilegiate: da Antonin Artaud, la cui lingua è “sempre sovraesposta”, “fisicamente torturata”, fino a Thierry Metz, dove la parola è necessità vitale minima, prossima all’estenuazione. In entrambi i casi, la traduzione, oltre a veicolare un significato, assume altresì su di sé una pressione destinale.
Si pensi alla resa di Metz, orientata, ancor più dei testi originali se possibile, a una pregnante semplicità sintattica, a riprodurre la nudità esistenziale ed originaria dell’autore, senza mai cadere nel prosastico; oppure, all’opposto, alla densità quasi convulsiva dell’Artaud tradotto – l’astro duro che nel cielo si espande, il cielo limpido che si incrina – in cui il ritmo italiano non replica ma rifrange l’urgenza dell’originale.
Questo accade anche al cospetto delle inevitabili differenze metriche e sonore: nel passaggio da alessandrino e rime chiuse del francese, facilitate dal frequente avvicendarsi di parole piane o tronche, alla prevalenza di sdrucciole dell’italiano, che tendono ad attutire la concitazione del dettato; e a una base di endecasillabi sciolti, più o meno ipermetri, con una struttura meno rigida delle rime. Mediazioni metriche che si rivelano ossigenanti, in grado di donare al testo una misura che riflette, come ben rileva Raffaeli, la pacatezza del poeta Di Palmo nei suoi scritti lirici personali, e che nondimeno è in grado di accogliere tanto l’incandescenza quanto l’attenuazione.
Si riconosce pertanto pienamente, nell’opera tutta, la concezione elevata e matura della traduzione come atto doppiamente vincolato: da un lato, a una perdita, inevitabile, strutturale; dall’altro, a una forma di responsabilità, lontana sia da una letteralità inerte, sia da arbitrarie derive. In questa tensione, il traduttore assume la posizione paradossale di chi, per usare parole del poeta, “ricrea il testo di un altro autore, assumendo su di sé solo gli oneri di una simile impresa”.
In questa disponibilità generosa si distende un sigillo di consonanza: la traduzione è il luogo in cui parole umane patite e care tornano a vibrare con nuovo timbro, perché un’altra coscienza, per un tratto di lingua e di destino, ha saputo riconoscersi in esse.
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Da: I miei pugni beccati dai fagiani (Ponte del Sale 2025)










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Pasquale Di Palmo (Venezia, 1958) poeta, saggista e traduttore, ha pubblicato le raccolte poetiche Horror Lucis (Edizioni dell`Erba 1997), Ritorno a Sovana (l’Obliquo 2003), Marine e altri sortilegi (Il Ponte del Sale 2006), Trittico del distacco (Passigli 2015), La carità (Passigli 2018), Vertebrae (l’Obliquo 2020) e l’antologia Breviario delle rovine (Medusa 2021). Sue poesie sono state tradotte in diverse lingue straniere. Nel 2023 è uscita l’antologia Days of Cruel Separation Selected Poems, traduzione di Leonard J. Marino, Gradiva Publications. Ha pubblicato inoltre i saggi I libri e le furie (Joker 2007), Lei delira, signor Artaud (Stampa Alternativa 2011), Venezia (Unicopli 2017), Le bonjour de Robert Desnos (MC Edizioni 2020), Rubare la lingua (Ronzani 2022) e Regesto dei fantasmi (Medusa 2023). Numerose le curatele di autori italiani e stranieri. Collabora al quotidiano Il «Manifesto» e all’inserto culturale Alias. Dirige la collana poetica Gli insetti di MC Edizioni.

