ilglomerulodisale 2026
collana di poesia “La rosa del guardare” diretta da Franca Alaimo, con la collaborazione di Daìta Martinez
quarta di copertina di Franca Alaimo
prefazione di Isabella Bignozzi
Dalla quarta di copertina:
La parola poetica di Pietro Romano sposta lo sguardo dal qui ed ora ad un oltre connotato da una valenza spirituale che trova le sue figure emblematiche nel Padre e nella Madre, ieratizzate dalla lettera iniziale in maiuscolo, mentre il figlio, non senza un’allusione cristologica, assume sul suo corpo il carico e l’offesa della sofferenza. Attraversata com’è dal trauma, quasi per non vacillare, la scrittura dell’autore, si focalizza su alcuni dettagli, raccontando il lungo esilio (gli spazi sono quelli recintati di un ospedale, nella prima sezione, e di un carcere, nella seconda) segnato dalla malattia del corpo e dell’anima, del tutto sovrapponibili, e dalla colpa; entrambe punite con il marchio del dolore e dell’errore – diversità, esclusione, solitudine – che fanno dello stare al mondo un ininterrotto smarrimento, una ricerca di suoni riparatori che vibrano affamati di risposte e che, pur tentando di legare insieme gli esseri viventi, li assottigliano, nel momento stesso in cui li nominano, disperdendoli in uno struggente quanto misterioso trasognamento, prossimo alla scarnificazione del Nulla.
Franca Alaimo
Dalla prefazione:
Il volto trascende la forma, così come la metafora e la poesia trascendono il senso ordinario: entrambe aprono uno spazio di relazione con l’altro, delicato ma attento, dove il significato si mantiene interamente disponibile all’alterità.
Pietro Romano in Moenia si colloca davanti a volti e presenze senza ricondurli a un quadro narrativo o interpretativo, lasciando che il loro apparire sia interrogazione del linguaggio stesso.
Nella prima sezione, Come se a notte gli uccelli fossero vivi, la prossimità radicale al corpo sofferente e alle figure genitoriali, non riducibili a dato biografico né a trauma narrabile, dispone il versificare a una fenomenologia minima, dove il reale smargina e il tempo perde linearità.
[…] La seconda parte, “Moenia” Casa Circondariale (2024-2025), introduce lo spazio ulteriormente delimitato del carcere. Assente è, nell’autore, la tentazione sociologica o morale: le mura, da mero apparato repressivo, diventano dispositivo di risonanza dove le voci, private della stabilità del tempo, delle ampiezze di una comunità, si addensano.
L’io poetico è laterale, moralmente silente: lascia che i nomi, i frammenti di vita, le domande troncate emergano senza essere addomesticate a un ordine superiore: “tu che esausto/ ti trascini ben oltre il greve fumo/ di sigaretta in cui tuo figlio ti attende ancora/ vivo”. Qui la parola si misura senza requie con ciò che eccede la sua presa: il verso sovente si frange nel punto di massima densità semantica, prima di oltraggiare la soglia di nominabilità.
[…] L’unità ritmica e tonale che trattiene vicine le due sezioni del testo è precipuamente in questa esposizione misurata, che aggira effusione confessionale e distanza oggettivante in favore di una tenace sospensione: reticenza lirica come esercizio di non asserzione e non possesso, condizione etica della parola.
Altro elemento portante e condiviso nell’intera silloge è una raffinata ricerca delle dimore del senso.
[…] Le ali, i portici, le finestre, gli appunti, il buio, i larici, gli aironi in Moenia sono i leali siti di emersione in cui divarica, pur caduco, il senso: perché destati da lessico e sintassi, resi abitabili dal gesto del dire. […] È in questo altrove che Moenia colloca i suoi luoghi spirituali più radicali, sempre inattesi e mobili. Le ali degli uccelli, ricorrenti nel dettato, non alludono a un’elevazione simbolica: sono superfici di transito, vettori. Il sacro elude la stabilizzazione, esiste solo nel movimento che lo sottrae alla fissazione. Allo stesso modo, il portico, il davanzale, la pioggia, la veglia, le nubi, esenti da rivelazione o simbolismo primario, sono tuttavia spazi rivelativi in quanto ospitali all’impermanenza segnica, che illumina l’istante senza pretendere durata. Il soprasensibile scansa l’ovvio, il dispositivo umano, l’apparato: predilige i bordi, in presenza fragile, etimologicamente precaria.
[…] Non si tratta di evadere la contingenza del corpo verso le dorate trascendenze dell’universale, ma di defilarsi dal proprio stesso esserci a partire dal corpo, inteso come massa che, grazie agli stati difettivi che lo flettono, ha in sé un portato rivelatore illuminante, e indica una metafisica più profonda. […] Abitare un corpo struttura la dimensione del bisogno, un’insufficienza feconda, propensa al movimento di appello al volto d’altri: obbliga l’io a relazionarsi nella nudità e nell’imperfezione, in una costante sfocatura che sprona a proseguire con umiltà, facendosi stile di pensiero.
In piena coerenza a tale principio, Pietro Romano in Moenia delinea piani mobili sui quali la parola, in carenza originaria, accetta di sostare; rendendosi garante che qualcosa di rilievo sia accaduto, e sia ora custodito in ausilî minimi del significare: gli elementi marginali, invisibili ai più, in cui la poesia trova le proprie condizioni fondative.

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da: Moenia, Il glomerulo di sale 2026
IV
Come cantare se duole il lume
sul corpo precipitato nell’istmo
fra l’asse e la porta?
Se più non riconosco il cappotto
dei miei sedici anni
in cui, la vita avvolta, restavo
ancora figlio? E – figlio ancora –
tu, padre, mi donavi la parola.
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XIV
Questo corpo da sfamare, contratto.
In nome di quale oltre si arrende su di me
il lume della stanza accanto, buia
per figurarvi una viola, un giglio bianco
sul petto di qualcuno che si dica amato.
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XXI
Rimani luce ferma, madre volta
al tremore piovano
oltre le tende, come in preghiera.
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XXIII
Se questo è tremore, la memoria
è un aldilà dove lumi d’angelo
vegliano sul letargo delle mani
a sponda di ogni nostro respiro.
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XXX
Il corpo è tornato a tremare,
dalle mie preghiere esiliato:
torpore lungo le righe
di pioggia in un lascito d’amore.
*
II
Qualcuno tra voi non c’è più, Mohamed,
spada che splende. Aasim raccoglie il subur.
ovunque chiede se il sole al mattino
sia mai stato tanto brillante come ora.
Fronte china, luce al viandante.
*
IX
Il mattino trattiene i nomi nel buio delle aule:
nessuno mai le ha varcate realmente.
Oltre il muro, in volo,
uccelli che non si vedono.
*
XII
Trent’anni di carcere, cinquantuno prigioni. Chiedi
se le anime abbiano un tempo, se quella
di tuo padre adesso riposi tra la legna
bagnata degli orti o in un abito stirato a festa,
in un’altra luce.
*
XIII
Il vento di gennaio, lo specchio freddo del mattino.
Un viso con sentiero l’odore della pioggia,
il volo di un corvo, un giorno che la luce sembra
trascrivere sui fogli quel poco di eterno
versato sulle pietre dei morti a ogni vostro pregare.
*
Qualche papavero assorto nel sole.
Per le valli invernate trascorre in rovina
l’ultimo giorno di febbraio. Ora è ombra
indurita ora falce nel buio:
la parola che governa le nubi,
precipita gli uccelli nella foschia.
(febbraio 2025)
*

Pietro Romano (Palermo, 1994) si è laureato in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi su Nino De Vita. Ha pubblicato alcune raccolte poetiche, tra le quali Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018) e Case sepolte (I Quaderni del Bardo, 2020 – prefazione di Gian Ruggero Manzoni, postfazione di Franca Alaimo), quest’ultima classificatesi tra i libri finalisti del Premio Mauro Prestigiacomo. I suoi versi sono stati tradotti in russo («Мой дом – до молчанья», La mia casa è prima del silenzio, Free Poetry, 2019, con prefazione e traduzione di Olga Logoch, collana di poesia italiana a cura di Paolo Galvagni, traduzione di Fra mani rifiutate), greco, catalano e spagnolo, e inseriti nell’antologia Le parole a quest’ora (Free Poetry, 2019, a cura di Paolo Galvagni). Il suo ultimo libro è Feriti dall’acqua (peQuod, collana Portosepolto, di Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti, 2022). Con i poeti Franca Alaimo, Daìta Martinez e Andrea Castrovinci ha pubblicato Il pettirosso rosso (Ladolfi, 2025).

