I testi di cui Sarah Talita Silvestri ci fa dono, allestiscono una densità di raro riscontro nel panorama lirico contemporaneo, nel far collidere lessici plurimi e di scabra esattezza: i campi semantici anatomico, liturgico, medico, biblico, archeologico sono chiamati a scontrarsi generando nitore: parola, quest’ultima, intimamente attigua al concetto di poesia; poiché reca, nell’etimo, il risplendere, il lavare e purificare, il niveo chiarore, la scintilla.
Silvestri visita tutti questi territori, nello scontare un incessante – ispirato, poeticamente auspicabile – cortocircuito intellettuale, in cui la conoscenza sua profonda delle cose – espressa con l’acribia lessicale di una Marianne Moore, con la visionarietà muscolare e commossa di un Dylan Thomas – prorompe in una dovizia di sollecitazioni sensorie e concettuali tali da generare un silenzio inverso: il dettato gestisce una forma di accumulo che esita, per contrasto, in sottrazione; e si riversa in un versificare profuso ma genuflesso, di forte matrice mistica.
La corporeità, pur a tratti strattonata e intenzionalmente destrutturata, appare un luogo teologico, e la parola si spoglia della parte più lineare della propria funzione comunicativa per accadere ritualmente, lasciando affiorare una conoscenza ultrasensoriale, o meglio, una preminenza condotta per sensi soprannaturali. L’atto di contrizione, che conduce a un’escatologia interiore, è patire lo scenario, patirlo come un martirio – nel senso proprio di testimonianza – sino a riaffermarne il prioritario asserto di esistenza, incombente sul soggetto, pel suo situarsi rasente il mistero.
“Apocatastasi”, redenzione universale, reintegrazione nella pienezza: Origene, i padri orientali, Gregorio di Nissa sapevano indubitabile la bontà divina, e pervicace sino alla ricapitolazione finale di tutto l’esistente in Dio.
Qui l’attesa morale, rimossa dal cronotopo, è una veglia estenuata: disposizione insonne della coscienza a un imminente avvento, eternamente presente. È la vergine che attende lo sposo nel divario protratto, con lampada e olio, e si ridà alla luce incessantemente. In “partenogenesi”, senza potersi avvalere della sua sublime alterità, nella sospensione del respiro.
Dunque la grazia, che giunge nell’attenuazione di sé: scrittura cieca, veggente, che ha dismesso la padronanza del raziocinio per lasciarsi scuotere dall’inspiegabile, finché la parola dapprima “blatera”, poi “circoncide”: lama cerimoniale che ristabilisce l’Alleanza, pur cruenta: per dolente, assidua affinità.
L’Anacoreta non erige dottrina, ferma il vento in contemplazione immobile, e il lebete, recipiente sacrificale, serba il silenzio come un unguento o un incenso liturgico; balsamo ferale, il primigenio stillare del pianto. Tra immagini di forte intensità sacrale, la cruda fisiologia di una fertilità interrotta, di una sospensione verticale, che dispone una esistenza trasfigurata, cristologicamente depurata; e sempre lacerate sono le braccia, per saggiare la carne come corpo partecipato di gloria.
“Dove mi conduci tu?” sembra dar eco a “un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”, (Gv 21,15-19): il mandato gravoso e identitario, che vibra nell’asse tragico-evangelico dei prescelti e degli oppressi, dei segnati.
Eleazar dei Maccabei, figura della fedeltà nel patimento, per rammentare ancora una volta il portato tragico della testimonianza; in dialettica con Pietro, “prima che il gallo canti”, che cede e tradisce, come finitezza impone, per disposizione fatale, per nuda natura.
Pure, l’umano è capace di sostenere l’affanno come un bordone: “punto d’organo”, nota tenuta e fonda. Nel “golfo mistico” la desolazione apre al Creatore, ed è un alveo che ammette il vuoto, ampiezza che accoglie quell’Eterno vivo e immobile, che viene finanche apostrofato come supplice: quel Dio che, come nel Libro d’ore, è presunto mendicare amore, in reciprocità con l’inestinguibile desiderio dell’uomo.
“Mi sfami e mi dai sete”; c’è, in queste campiture, Giovanni, e c’è Agostino: la nozione di quanto il desiderio aumenti, nutrendosi.
Donna che si schiude, cane bastonato, e occhi bassi alla pagina, come vi fosse un’ombra di salvezza in quel sacro accorgersi che porta ad allontanarsi dalle rive note, esperire i paesaggi della lontananza, e scriverne.
Nel proprio esistere transitano le figure gemelle, ugualmente radiose e affrante: piagate, claustrali, vestite d’acanto, nell’imploso strazio dell’avvertire. Non-vita, tripla vita, glorificata in umiltà.
La parola, inarbitraria, florenskijanamente evoca la sua forma in modo ineluttabile, nella preghiera che è corpo, pelvi inarcata a generare trasfigurazione di femmina-dalla-parola-esatta, una maddalena distante da certi allestimenti compiaciuti: che tentano minuziose letterarietà,  e rivelano invece ingenui corporativismi, e fisionomie pre-neandertaliane.
Turbine della marea, un forte sapore esodico, redentivo, ma occulto, consumato nell’interiorità; dopo Smirne, una differente, minore corona della vita: il profumo d’esser spezzati, torchiati, e tenere a caposaldo la sola mite modestia; e come in uno scenario da deserto siriaco – laddove dimoravano i Padri, le scheletriche torce eterne – ecco, nell’ora dell’accidia, l’assoluto dello sfinimento che viene a benedizione: sulle vie assolate della delusione di sé, nella controra assoluta e silente, piegarsi a quell’involucro di asfissia nel lindore, canicola che disfa e smargina, facendone nuovo battesimo.
Per contrasto, anche cronologico, il gelo del Gulag, categoria metafisica globale, struttura morale del mondo contemporaneo di terrore e compartimentazione. Forzata competizione, e vani trionfi, entro una prigionia ove regna l’indigenza che attanaglia il visibile.
Eppure “Dieci natanti contro il filo dell’acqua,/ io sono vasche devote a bracciate”. Se “l’idioma della cattività” delinea schiavitù per rozzezza, perentorietà monocromatica, ecco che “s’apre nel verso il metacarpo”, e la poesia diviene mano operante, protesa.
Tutto è radicale nel lavoro di Silvestri: l’osso cerca una lingua minerale, “nel porfido”: e il tema è sempre acqua e pietra, come in Celan, in Mandel’štam. Poi s’inchioda al ligneo, al cruciforme, preparando la dismisura di figura ancillare, virginale, eternamente votata a genesi, capace dell’enorme amore: “amami come la peste”: la carità che vince su tutto:  quella che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13:7).
Echi di letture decisive affiorano in Silvestri a generare una visionarietà ampia, solenne, e una patente coerenza simbolica. In alcuni tratti s’avverte una tale saturazione semantica e sintattica da imporre un rallentamento nella lettura, certamente intenzionale: una densità che, per antitesi, trattiene il moto più impulsivo del testo. Tale è l’allegoria stilistica, invero raffinata: tratteggiare una trascendenza che è decelerata, nella propria vocazione epifanica, dall’esser miscelata ai gravami della materia. Dio, in questi versi, è un oltre accecante, attenuato in midollo, emolinfa e retina; in rami verdi, cavi segmenti scheletrici, bulbi oculari. Piaghe e chioma. Amore assoluto e incarnazione radicale, il fulgore velato nell’ipersofferto luogo di rivelazione.

João Cabral, Lisboa, Portugal



*

La circoncisione del cuore

Quando di notte cadeva la rugiada sul campo, cadeva anche la manna.

Nm. 11,9

Egli lo trovò in terra deserta,
in una landa di ululati solitari.

Dt. 32,10

apocatastasi la veglia
partenogenesi e apnea
una mano sull’occhio sano
l’altra non sa scrivere
blatera, circoncide

anacoreta, ti aspettavo
col tuo sacco di cenere
sei venuto a fermare il vento
 lebete di silenzio
una lacrima è la goccia
sorgiva, amenorrea
di colpa, assoluzione

*

disinfezione l’esistere
lesa maestà e vergate
lacerare le braccia per vedere
quanto scorre di immortale
quanto di torbido, ci vuole
la soluzione cutanea giusta
per accettare senza fiatare
l’urticante materia di tutto

*

dove mi conduci tu?
dove non voglio
dove il mastice
lo si ingoia nelle ore di sole
di notte prima che il gallo
canti Eleazar prega e veglia
capestri e un giogo al collo
per convincere gli esiliati
che l’affanno sia solo
il punto d’organo, il golfo
mistico della mia desolazione

***

Eternità che vivi e intercedi
supplice sul frontale e batti
e sfondi soffocando mantici
e mi sfami e mi dai sete
supplice diafana follia
che abiti nelle notti, conforto
come il torcersi, velluto
tendaggio nell’angoscia

albeggiante una donna si schiude
tra bugne porose chiede
il midollo di Dio, tutrice
nel petto d’alburno

distante la schiavitù, l’argilla
di mattoni cotti al sole,
scribi e piaghe che come manna
scendono dal cielo blastema
distante quella chioma
che cantava nenie promesse
via gli occhi dai bulbi
la luce ritorna e miete con falce
la spiga assieme al niente

***

L’esito è la follia ai lati del cuore,

la visione frondifera,
il punto graduato dei giorni,
assioma che narcotizza il chiodo
conficcato tra il cielo e me.
Guttae sul volto come teorema,
come cerchio sui rami arsi dal sole:
dal numero turchino nasce il concavo
destino di Mir, i suoi meandri
sono nomi corrisposti, identico
il verdetto: scrivo per sparire,
scrivo per restare.

Cane bastonato,
sguardo trafitto, naso sul foglio,
dimena le gambe, annusa ogni cosa,
si flette in cerca del lato uguale.
– Vestimi di claustro, coprimi
col dramma dell’acanto.
Vincono il male magnolie, alieni
atterrati per alleviare di un palmo,
di un secondo, la pena.

C’è una forma per ogni parola,
per ogni preghiera silente
che recita l’asse dell’occhio, un vetro
rispecchia ciò che sei adesso,
ciò che sarai, spora viva implosa
dalla mia mente, sola umiltà.
E vai avanti, misuri e tracanni
la vita che rimane.

***

crederai di battere le nocche forte
per scalfire le pelvi di una preghiera
oltre miniature che ansimanti
sorreggono salmi sibillini
bocche alveoli ripetono anafore
senza l’osso cavo che articola la parola
esatta che femmina detta
a distanza dalla smania folle
di quei poeti dediti alla cinegetica
schegge di arboricoli dal forame mentale
che lega il cuore al prognatismo di Arago

***

Nessuno conosce il turbine
rabbioso della marea
quando apre un varco
per far passare i redenti.
La simbiosi meccanica
dentro strettoie refrattarie
dove i rami si tendono, si sfiorano,
si allungano nell’acqua,
inseguono il mondo per pietà
e il mondo si allontana
sotto la faglia fino a diventare
il legno verde che si spezza
sotto il peso del dubbio.

***

altissime impaurite rivali
a colpi di potere rubiconde
l’acre cantore della quiete
dispensa i consigli dell’iconoclasta
così l’emolinfa può inoltrarsi
oltre la retina, tornare in patria
esule e spezzata dalla daga
                              di Damocle.
Dio mio, posso raggiungere
distanze spaziali, risorgere
scissa come planaria
dagli abissi di Smirne, cieca
di giuramento infranto
ma indulgente plenaria
nel giubileo del ritorno,
rediviva di flutti e sottile
permeare le fenditure
per sgranare l’astio,
la delusione di essermi.

il sole di mezzogiorno è una benedizione

***

eccellere lentamente senza mai
voltarsi, senza fretta imbracare
di dardi la divisa
pronti all’assalto a testa bassa
il mazziere tenta il colore
e tra le mani ha una vertigine
sgranata per imbastire il gioco

via da me la pena
la lacrima, il lascito benedetto e perpetuo
che di vittoria si imbeve e muore

sassi bianchi in scorpione orbitano
nel gulag del mondo
sulle ali di una giumenta rognosa
nei cui occhi una mosca stimola il pianto

***

Dieci natanti contro il filo dell’acqua,
io sono vasche devote a bracciate.
Quando l’idioma della cattività
grida lo strapotere, s’apre nel verso
il metacarpo.

L’osso cerca nel porfido la lingua.
s’inchioda nel legno, dispera gli occhi
nel guscio gommoso dell’infanzia.

Salvami, ancella votata alla nascita,
dammi una lente, l’orma e l’ornatus,
parlami come epifora,
amami come la peste.


*
Sarah Talita Silvestri, nata a Palermo, vive in provincia di Cuneo.
È laureata in Archeologia e Storia antica presso l’Università degli Studi di Torino. Si è occupata di numismatica antica, i suoi studi trovano collocazione in un volume del Notiziario del Portale Numismatico dello Stato e nella pubblicazione di un catalogo su un medagliere civico. Docente presso la Scuola Secondaria, collabora con associazioni culturali museali e con la redazione di Atelier online. Scrittrice e traduttrice, suoi inediti sono stati pubblicati su alcuni blog e riviste.