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gibbosa calante,
sulla città che ancora ozia
la terra ha raggere
antropiche, di devastazioni e prepotenze,
aspetto negli occhi la tua faccia
illuminata, la pelle del tuo mare
coperta dal retro del palazzo.
Sul tetto, fra i coppi e un rimestare
d’aria, in studiosa moltitudine,
si pronuncia un verbo,
alata prerogativa delle tortore
e del tempo in cui ci scambiavamo la parola,
una vinta tenerezza
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si diceva noi
lungo i corsi lenti e i sassi,
in un verde d’erba, si pensava
ai luoghi come a case
ridenti, a bocche piene,
talvolta, in un luccicare vitreo di denti
ma è un tarmato
di nebbia e margini oggi
un bassopiano dove ti distacchi
lentamente fino
a figliarmi una fame d’aria

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Non esisto
sono una farfalla di cenere
senza peso, un fallimento
significativo, sfuggente
remota combustione,
l’unico modo per tornare ai vivi
pigmento e corpo
piccola foglia e testa di girasole
è gravitare sui capezzoli
di una sottoveste bianca,
cercando il sole in trasparenza
segnando di quest’ora il picco
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Con bocca limpida ci sfiora
il mare, la sua luce
bianca ci abbaglia, muove
serpi di sabbia se il vento dispone
i suoi chiari ponti tra le nubi
– quel fiore piccolo si sdoppia –
Avrei voluto il tuo amo confitto
nel palato, preferito saggiare
la tuberosità della tua tibia,
qualcosa di esatto, definitivo
un funerale in pompa magna piuttosto,
invece il tuo nulla, un mondo senza ideali
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Penso al respiro delle cavità
ai grandi volumi d’aria
collegati all’esterno da uno o più ingressi,
un vento alle strette, un soffio d’aria dalla terra
dove tutto l’umore della grotta si indovina.
Una rotondità raccolta nel corpo
mi regola, sono tutta contenuta
l’aria che sono è calma, ha un centro
misurabile come un muro di gomma
o, composta e raccolta, una placenta.
Assorbe e le pareti sono lisce e calde
e contengono la cosa continua,
la proiezione di me, che fugge, io sono
una piccola eternità di forza
l’estrema fatica di un muscolo
teso verso il clangore, la lotta.
Il corpo si muove e mi tiene
certe volte mi espelle
e tutta la materia conchiusa sale.
Le mie nubi sono alquanto sottili
da lasciar passare la luce
non sono mai dense abbastanza.
I cristalli di ghiaccio che pure sono me
permettono al sole,
da un bordo basso, di diffondere la luce
del tramonto in tutte le direzioni,
una pace di luce seminata
eppure, negli occhi, raccolta.
Una pace che non appartiene.
Io respiro senza volontà
sono mutante e ferma
una materia d’aria che pure resta
nonostante tutte le fuoriuscite
e le correnti che mi aggrediscono.
*

Emilia Barbato (Napoli 1971) vive e lavora a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie, sulla rivista «Gradiva International Journal of Italian Poetry», «Il Segnale», «Poezia» di Bucarest, «Immaginazione» delle Edizioni Manni e sull’«Aperiodico ad Apparizione Aleatoria» delle Edizioni del Foglio Clandestino. Ha pubblicato: Geografie di un Orlo (CSA Editrice 2011), Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher 2014), Capogatto (Puntoacapo Editrice 2016), Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore 2018), Nature Reversibili (LietoColle 2019), Flipper (Officina Coviello 2022); del 2022 è Primo Piano Increspato, per Stampa 2009.

