Volevo trovare pace, sul serio,
una volta lo compresi,
volevo trovare me stesso ancora in piedi,
sbocciato tra i dirupi
a bere acqua di fiume
e mi accorgevo dei colori vivaci,
erano vivi e miracolosi tra le mani.
Mi sostenevo sopra un filo di ferro,
la mia fervida intuizione di crollare
e in un momento aggrapparmi,
forgiare la chiusura
sopra l’altura imponente
delle acerbe colline e i ciechi monti.
*
Del resto era evidente
quanto fosse inconsistente
e incessante quel che appariva,
tradurre ciascuno in un solo senso,
l’indiscutibile corollario umano
delle numerose distanze stracciate,
del punto visionario,
di un fuso al contrario.
E quindi affrettarsi, liberarsi,
prendere il volo, librarsi, voltarsi,
poi trovarsi nella neve
in cerca del suolo.
*
Più di questo lievito padre e della vita stessa,
del dolore che abbiamo versato,
dell’avversa salita che abbiamo trovato.
Oltre l’impeto di un conato,
più di quel che è stato compiuto
abbiamo battuto la corrente,
temuto il terreno che giaceva,
riconosciuto il risultato finale.
Più di qualunque cosa
ci piaceva sorridere e vivere,
sciogliere il mondo cicatrizzato nelle strade,
più di tutto il resto,
come dentro un mare
affondavano le radici più scure,
piegavamo il vento al di là delle grate.

*
Sono miei questi fantasmi
che riconoscono il tracciato
e hanno perso la dimensione.
Abbraccio ogni densità
nei contorni primari del fuoco
e sento le mani agitarsi
dietro le pareti.
Non temo questi fantasmi,
giocano senz’armi;
con un gesto immaginario li guido,
sono una scia che vibra dietro il vetro
e sbocciano in un grido.
*
Questo è il passaggio,
dove tutto schiocca d’un tratto,
una breve corsa poi l’affanno,
la volta pesante nel silenzio
che cede – non è un sostegno.
Questo è il passaggio,
un pigmento trasparente che niente
lascia vedere. E abbiamo camminato
sul nostro percorso
con le ferite alle dita e nel corpo.
Il momento migliore, il breve salto,
un attimo appena,
poi dove ero non ricordo più;
non ricordo il nome, le braccia,
il palato, dove fosse lo spiraglio.
Tu eri immobile
e stavi parlando,
avevi davanti un muro alto,
io le lunghe catene, sembravo un giocattolo.
*
Gianni Marcantoni (San Benedetto del Tronto, 1975) si è laureato in Giurisprudenza, con una tesi in Filosofia del diritto.
Ha pubblicato: Al tempo della poesia (Aletti, 2011), La parete viva (Aletti, 2011), In dirittura (Vertigo, 2013), Poesie di un giorno nullo (Vertigo, 2015), Orario di visita (Schena, 2016), Ammessi al paesaggio (Calibano, 2019), Complicazioni di altra natura (puntoacapo, 2020), Panorama dei lumi (plaquette, puntoacapo, 2021), Sedime (Fara, 2024), Cuoia (Fara, 2025).
Inserito nella Enciclopedia dei Poeti Italiani contemporanei (Aletti, 2017) e su Italian Poetry, diviene nel 2020 cofondatore di Wikipoesia. È presente coi suoi versi in diverse antologie, cataloghi d’arte, siti poetici, blog letterari, periodici e riviste. Ospite in alcune rubriche letterarie e reading, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.

