fotografia di Dino Ignani

Bompiani 2026


In “Sera grigia” di Ghiannis Ritsos1 la bellezza stessa, nella sua intermittente apparizione e caducità, si fa dolore. Ancor più radicalmente, in “Mi fa male la realtà” di Chandra Livia Candiani2 il dolersi si mostra come una estraneità al reale, che appare intriso di codici dissonanti, cui l’io non riesce ad accedere.
Tra il verso “mi duole in petto la bellezza” di Ritsos, struggente percezione di leggiadria in fuga, e il «mi fa male la realtà» di Chandra Livia Candiani, inconciliabilità col cifrario arcano del mondo, la poesia di Zerbini introduce una terza, peculiare modulazione della medesima ferita: “mi fanno male le vite degli altri” afferma la poetessa: il mondo, a guardarlo, affligge e strazia, perché pullula di creature candide; che s’adoperano all’esistenza con carenza d’amore, fatica e pena.
In questo lavoro poetico di Zerbini (Malinconie travestite da allegrie, Bompiani 2026) l’umano patire viene osservato da una postazione per nulla sopraelevata, piuttosto partecipe e misericordiosa, e lessicalmente riportato entro una misura quotidiana, quasi domestica, sino a far coincidere la poesia con il passo ordinario dello sguardo.
Precisamente in questa riduzione di tono s’incontra una delle cifre più riconoscibili della voce lirica dell’autrice. Da Gozzano, amato da Zerbini, sembra provenire, più che un’influenza, un’affinità del sentire: che la poesia possa guadagnare verità abbassando il tono, affidandosi alle cose minime, lasciando che una parola comune o una rima apparentemente ingenua incrinino dall’interno la solennità del registro. La scrittura di Zerbini mostra altresì una franca familiarità con altra tradizione lirica del secondo Novecento e oltre: da Caproni a Cavalli, fino a certe forme di poesia contemporanea più prossime all’oralità e alla meditazione civile, di cui assume e fa propri alcuni strumenti; ma con una leggerezza che non coincide affatto con l’inconsapevolezza.
Anche quando il verso sembra procedere per parole comuni, per immagini immediatamente leggibili o per formulazioni quasi colloquiali, Zerbini pone in opera un’esatta intelligenza della misura: il dettato si alleggerisce, si espone all’ironia, lascia cadere la propria gravità proprio nel punto in cui potrebbe diventare sentenzioso o aforismatico.
Ne è esempio la ricorrente attenzione ai suoni, alle rime interne spesso differite o dislocate in punti inattesi, agli accostamenti apparentemente dimessi, alla scelta di parole specifiche – calzettoni, mozziconi, grissini, quartiere, ospedale, colletto, balbettamento – elette a sostenere la cadenza del discorso: un gioco minimo e tuttavia sapiente, che restituisce alla lingua quotidiana una funzione propriamente poetica.
È una semplicità sorvegliata, una lingua che sembra non opporre attrito, eppure richiede un orecchio vigile, capace di cogliere la lieve torsione ironica, l’improvvisa incrinatura, il punto esatto in cui una parola modesta diventa trave portante, e una rima quasi casuale acquista funzione decisiva nel condurre il segno, il senso: “Non è tanto la tua assenza,/ l’evidenza; è che/ non vai mai via, sempre con me,/a lasciarmi senza”. La tragicità dell’abbandono è qui stemperata e, a un tempo, resa più toccante proprio da questo rimare apparentemente giocoso, che lascia emergere il dolore per contrasto, in tutta la sua irrimediabilità.
Similmente, in Zerbini, la consegna del peso della chiusa va a parole mansuete o curiose, sottraendo la lirica all’altisonanza, attraverso una deliberata economia dell’umile: “ho steso/ la catastrofe globale/ insieme al pianto/ fuori,/ ad asciugare”.
Da qui discende la sua figura morale più forte: “mi fanno male le vite degli altri” da mera dichiarazione di empatia, si perfeziona a riconoscimento: l’altro, par dire Zerbini – mi somiglia, lo guardo da pari livello, con commozione, vi rivedo la mia vulnerabilità e manchevolezza, il mio stesso desiderio di amore: “Sono così sbagliata a volte,/ non vado bene,/ non sono adatta,/ sono incapace e che male/ che ho dentro da scansare,/ che annegamento di slanci,/ che intenzioni storpiate/ e lo sfregio del disamore/ mi deturpa e non basta/ una maschera che sorride, essere/ più gentile della rabbia,/ piantare le unghie sulle cosce di Dio,/ implodere, così, torta non riuscita/ che s’affloscia nel suo zucchero/ inutile, digiunato”.
Di fatto, nel tema dominante della prossimità, le vite degli altri dolgono in risonanza compassionevole con la propria, ma lo sguardo sull’altro sostiene la prova della malinconia, e si spende nel campo d’osservazione, donando e ricavandone, per sottraente specularità, nutrimento amoroso.
La signora del lavasecco, la vicina, la cassiera della Coop dagli “occhi chiari, cristallini,/ affilati e sinceri/ come cocci azzurri/ di azzurrissimi bicchieri”, che ha “gesti leggeri e segretissime/ malinconie, travestite da allegrie,/ un po’ come le mie”, sono apparizioni con cui condividere una lacrima di ritrovata gratitudine e umanità, presenze tutt’altro che scontate, in un pianeta, pur gremito, che sembra, a tratti, disabitato.
Anche un’accennata devozione fiorisce da questa postura dello sguardo: Dio è cercato nei ciclamini, nelle foglie, nel vento, nella pietra da spostare, e la preghiera conserva persino nell’invocazione più accorata una concretezza antiretorica, come se il trascendente stesse per farsi udibile, illuminando d’un tratto la leale povertà delle cose.
La Pasqua, in questa prospettiva, è la quotidiana, pura durezza del reale: è la pesante “pietra da spostare,/ la pietra delle mani senza pane/ pietra di mine/ pietra senza mani/ pietra senza bambine.// Pietra di far finta di niente,/ pietra del profitto: casa/ – se ce l’hai –/ lavoro e zitto;// pietra delle donne sgozzate,/ delle valigie nei burroni, pietra/ che mi guardo le spalle/ alla soglia dei portoni”.
La “pietra da spostare” per la resurrezione è insieme, con immagine afferente al sacro, quella del sepolcro di Gesù, ma è anche quella di ogni creatura afflitta dalla fame, dalla guerra, dalla paura, dal mancato accudimento; la speranza, come la presenza di Dio3 segue lo “sbriciolarsi per il troppo affanno”, quando il vivente sconfitto è visitato da una brezza, che è “un’idea umana di nuovo”: come amabilmente ripercorrono, questi versi, l’immagine della grazia, che viene al cuore arreso soffiandogli via quanto di cocente e amaro pareva farglisi supplizio eterno, abbrancato e immutabile.
Alla stessa logica appartengono le poesie dell’identità e del tempo, nelle quali l’accettazione di sé, il lasciar andare il passato, il riconoscersi “ben nata” e semplicemente viva vengono sottratti alla retorica dell’autocompiacimento e affidati alla nudità di gesti elementari: respirare, mettere radici, guardare, ringraziare.
Finanche il cardellino, che possiede ciò che all’umano manca – le ali e non le mani – condensa questa poetica dello scarto: se felicità e dolore convivono in ogni forma di vita, la mancanza che dimora in ognuno è solo nell’altrui sguardo che trova caritatevole validazione.
Zerbini sceglie una lingua accessibile per dire l’esperienza di esistere: pur trattenendone a sé la dovuta complessità morale, ne affida l’intensità alla discrezione del tono. La semplicità appare approdo e non grado zero di questa scrittura: una scelta di misura, un pudore formale, che reca a chi legge una meditazione pacata sulla perdita come elemento umano costitutivo, e sulla possibilità del bene come naturale risposta di identità e resistenza.

*

Harold Feinstein, Girl feeding pigeons, 1946

*

Da: Malinconie travestite da allegrie (Bompiani 2026)

Mi fanno male
le vite degli altri.

Cincischio anch’io
a testa in giù, dentro a tutti
i raccoglitori di abiti usati
e nei cestini dei rifiuti
tasto anch’io,
mi affaccio sullo scarto,
con perizia, riverisco
l’immondizia di questo mondo

e fanno male
tutti i colori, i calzettoni
dismessi, i cartoncini,
i mozziconi, l’unto sulla carta
dei grissini
di noi umani;

mi fa male
la zampa zoppa
dei cani
e il ludibrio dei baffi
tagliati ai gatti;

mi fanno
male le ali
impigliate alle reti
e ai fili spinati,
che male i topi;

mi fa male la bimba
sgridata per strada
alla mercé dell’umano
consorzio,
la viva e memoranda umiliazione mi fa male,
mi fa male l’ospedale
e un’ambulanza parcheggiata
per il fortuito fato
di un altro disgraziato;

mi fa male ogni vecchiezza, vecchiume
e che male che fa
l’ignara
giovinezza.

È una ferita la folla
e anche la mia
sanguina in cima
come un punto inutile
di altri malanni:

soffio via il luridume, il terriccio,
lascio che sgorghi sopra
acqua corrente a fiotti
di convincimenti:

tornare qui, nel piccolo,
nel respiro, metterci il sole
metterci che sono
viva e per un po’
guarire il male del mondo,
ma il mio no,

finché non viene una
e mi assomiglia
e le fa male la mia vita
e io sono l’altra, quella guarita.

*

È sparita dalla terrazza la mia vicina;
sempre triste, ricurva, sola,
ma è la regina
del palazzo
davanti al mio.

Spero non le sia successo niente,
penso per lei a un ospedale,
penso a un ricovero improvviso,
oppure
la credo al capezzale
di sua madre.
Sarà tornata al sud?
Perché è del sud l’odore
che vola oltre la tenda
di domenica dalla
sua finestra, quando cucina;
forse è solo a letto, in casa,
con il male alla schiena,
ma non esce da quattro
o cinque giorni,
io l’aspetto
e prego

che la dimettano,
che sua madre
non stia poi tanto male,
che la spina dorsale
sia più forte
di un dolore.

L’aspetto ardentemente.
Lei non sa che esistiamo.

*

Il mio silenzio è un figlio
che trema di spavento,
si accovaccia, frigna
non gioca; nessuno sente, nessuno
si nasconde a sufficienza, conta
con la testa appoggiata all’avambraccio, lo taccio:
trasparenza deforme.

Il mio silenzio è abnorme
divarica il fondo
del vaso incrinato dei corpi,
senza più sesso svuotati,
nuovamente mai nati,
è un bimbo che sbrana
la sabbia
la bimba di sassi
è la casa franata
la donna violata.

Il mio silenzio
non ha voglia, non si fida,
non ha bandiere, non una patria, non ha
più squadre, solo me,
sua madre.

Lo dondolo,
gli invento parole
a chiudergli gli occhi,
ma non sta attento, non si addormenta,
vigila sugli sfaceli, osserva
il cinema in corsa, l’umanità troppo vasta
e dilaniata e misera, pietosa;
ascolta Dio sanguinare piano,
nella pace di nessuna cosa.

*

Dio dietro ai vasi, che canti il rosso
sui ciclamini
e bisbigli le foglie
dei crisantemi,

mugoli nuvole verdi
alle tue grandini,

soffi dritto sul fracasso
dei voli delle rondini,

vieni più vicino,
e qui davanti
e intorno e senza
balbettamento;

salvami più forte,
che non ti sento.

*

C’è un cardellino
che viene di giorno
ad assomigliarmi.

E ci sono dei giorni che provo
una gioia profonda a guardarlo
perché

ha una ciotola
di semi sempre piena,
giganti primavere
attorno
e inverni ai lati
di terrazzi alleati,
e poi
sa volare.

Ma altre volte, come oggi,
che pena guardarlo,
che dolore questo suo
non avere le mani.

*

Beatrice Zerbini è nata a Bologna nel 1983. Nel 1987, entrando a far parte del celebre coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre, comincia a esplorare le possibilità del ritmo e della parola. Nel 2019 esce per Interno Poesia la sua prima silloge, In comode rate. Poesie d’amore, con una prefazione di Alba Donati, seguita da Mezze stagioni (Anima Mundi 2021) e D’amore (Interno Poesia 2022, con una prefazione di Alberto Bertoni). Nel 2020 si dedica a un progetto a sostegno delle famiglie delle persone affette da Alzheimer, diventato poi uno spettacolo. Con l’illustratrice Sonia Maria Luce Possentini pubblica gli albi Padre nostro, Non avere paura (entrambi Carthusia 2023) e C’era un’estate (AnimaMundi 2024). Del 2024 è anche la raccolta Quarantadue, per la collana Gialla Oro di Pordenonelegge (Samuele Editore), finalista al premio Brancati. Nel 2025, in collaborazione con Terre des Hommes e l’azienda farmaceutica lpsen, esce Se non vuoi (Carthusia), illustrato da Marco Brancato. Nel 2023, grazie all’incontro con Caterina Caselli, firma per la Sugar Music sei testi, poi musicati da Riccardo Sinigallia; nel 2025 “Arrivo sempre dopo” diventa un brano dell’album Niente amore di Marina Rei. Con la Fondazione Una Nessuna Centomila ha avviato un laboratorio poetico che coinvolge le scuole italiane per promuovere una cultura fondata sul rispetto delle fragilità e delle affettività.


  1. “Mi duole in petto la bellezza: mi dolgono le luci/ nel pomeriggio arrugginito; mi duole/ questo colore sulla nube – viola plumbeo/ viola repellente; il mezzo anello della luna/ che brilla appena – mi duole. Passò un battello./ Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo./ I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro./ Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.” In Ghiannis Ritsos, Il funambolo e la luna, a cura di Nicola Crocetti, introduzione di Ezio Savino, Milano, Crocetti Editore 1984, 2005. ↩︎
  2. “Mi fa male la realtà/ sale in nebbiose volute/ fino alla gola/ dove forma uno stagno/ nascosto nel fitto/ e suoni di nostalgia/ chiamano forte mamma/ in un’altra lingua/ geroglifico ignoto/ a cui nessuno può rispondere,/ sta scritto nei sassi sul fondo/ nelle erbe volteggianti, nei disegni/ sulla pelle dei pesci, sta/ scritto vieni a prendermi, per mano/ dimmelo che ho sbagliato tutto, / direzione/ orientamento, pianeta.” In Chandra Livia Candiani, La domanda della sete. 2016-2020, Torino, Einaudi 2020. ↩︎
  3. “Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera.  mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?»”. ↩︎