fotografia di Dino Ignani

Mondadori, 2025
Collana Lo Specchio

Maniere nere, lavoro che Isabella Leardini consegna alla poesia contemporanea nella Collezione dello Specchio Mondadori, procede in una penombra dove il visionario scansa l’onirico, ponendosi in quella minima alterazione del reale che lo tiene fermo, pur deprivandolo d’esaustiva decifrazione. In questa zona d’ombra, il futuro si annuncia come un “agguato intermittente”, e l’imminenza assume la forma di un sapere clandestino, affidato a figure, animali e presenze che sembrano conoscere ciò che ancora non è interamente rivelabile. Nella danza tra sensi volatili, eclissi e metamorfosi, s’inscrive una struggente sezione, ma di stile parco, misurato, dedicata ad alcune letterate suicide; queste anime sono chiamate per nome e per accadimento, delineandone una vera genealogia della sparizione – per aria, per acqua, per terra, per fuoco –, dove il desiderio di sottrarsi alla visibilità sembra farsi, prima ancora che destino, una forma estrema d’identità femminile.
La poesia che chiude la sezione incrina tuttavia ogni possibile elegia della scomparsa: “né voler morire/ né mutare destino ci è servito” riconduce il gesto del dissolvimento a un assetto più cospicuo, d’irriducibile alterità: che il mondo non intende e della quale tenta d’appropriarsi, facendo delle “derubanti prime piume/ che annunciano l’arrivo del giorno” delle creature fatalmente vessate, “depredate di statura”.
L’arte partecipa di questo paradosso: i suoi “mille piedi inconsapevoli” custodiscono in una cieca innocenza la propria stessa vertigine, la fragile condizione d’equilibrio che ne fa essenza innominata. La lingua, nitida nelle immagini ma intenzionalmente cifrata, lascia così che il riserbo persista: la sottrazione è il luogo chiaroscurale in cui una forma diversa di presenza tenta di annunciarsi.
È un dileguamento anomalo, che ha la stessa logica per cui “si aprono stanze” nelle pieghe di una tenda, nascono fiori subacquei nel buio del corpo, e i “perduti vivi nell’enigma” attendono un ritorno che ha la consistenza della memoria: un’esattezza che rammenta la radicale ospitalità praticata, il costante servizio, di accoglienza e riparo, come pneumatico dardo piantato nel cuore.
Il linguaggio, seppure traslato, è intensamente eloquente: un dettato volutamente ellittico par manifestare con delicatezza qualità e movimenti d’un segreto canone, di vita e relazione, intuibile ma protetta, dell’essere nel mondo dell’autrice. Sono quelle cautele tutte femminili di chi conosce le intemperie del fuori-le-mura, quando è necessario fiorire, con dickinsoniana responsabilità.
“La ‘maniera nera’ – chiarisce Leardini in una nota a chiusura del volume – è una tecnica d’incisione in cui l’immagine emerge da un opaco fondo scuro, come luce che filtra attraverso il buio. Rispetto ad altre tecniche calcografiche, il procedimento è rovesciato: lavorando con l’invisibile, il visibile si mostra per sottrazione”.
In questo senso, con giustezza incantevole, s’arriva a percepire come l’invisibile eluda sempre la definizione di opposto del visibile, per divenirne una forma più imminente e istruita di manifestazione.

Fotografia di Alan Schaller

*

Gli ultimi guardiani sanno
che l’ordine delle cose è inconsapevole
un colpo casuale che va a segno.

Si radunano i bicchieri vuoti
come avanzi di riti consumati.
Stiamo sulle ginocchia per sapere
a quale amore struggente si addestri
l’amuleto degli amati senza destino.

*

Siamo i perduti vivi nell’enigma
i rapiti dal futuro non più sperato
vi invitiamo al salto della memoria
ospiti dello spazio che diamo.

Noi, perduti vivi nell’enigma
avremo il nostro ritorno d’estate
l’inutile esattezza di vento
che la freccia ha conficcato al cuore.

*

La vecchia tenda che divide la casa
ad ogni piega è piena di spiriti
ad ogni piega si aprono stanze.

Di giorno ci dormono appesi,
pipistrelli che non mettono un soffio
ma di notte semplicemente
sono presenza buia ed educata.

Alcuni sono uomini grandi
con addosso qualcosa di gentile
altri sono bambini, gli arrabbiati
quelli che non mi vogliono parlare.

*

Vengo dalle assi in cui germoglia
nell’acqua al buio questo strano fiore
frutto di stiva che natura affonda
e rinasce fenice nella neve.

*

A noi invece nascono
mani di piume, dita di corallo
abbiamo un vestito di conchiglie vuote
abbiamo scelto che vuote siano intere
e ci fioriscano dentro i subacquei,
i fiori più strani e più lontani.
Belle si può essere ogni sera
eccezionali senza l’eccesso.

*

Noi, le derubanti prime piume
che annunciano l’arrivo del giorno.
Non capiscono la nostra alterità
e ne saremo depredate di statura
significa che né voler morire
né mutare destino ci è servito.
I mille piedi inconsapevoli dell’arte
non sanno di essere acrobati
se lo scoprissero cadrebbero all’istante.

*

Al buio dell’ala che ripara
è il risveglio del serpente arcobaleno
nascono le fenici piume
che peseranno meno di un cuore.

*

Come acqua che scava una riva
è il suono destinato al disastro
dei giorni ancora salvi.
Chiodo storto che dentro arrugginisce
dimenticato per anni sa brillare
l’agguato intermittente del futuro.
Vedo l’avvertimento del mio piede
che si perde, senza più trattenere
i capelli usciti dal fermaglio.
Questo granchio nascosto nel buio
che l’amore non sa smascherare.

*

Isabella Leardini è nata a Rimini nel 1978. Ha pubblicato le raccolte di poesia La coinquilina scalza (Niebo/La Vita Felice, 2004) e Una stagione d’aria (Donzelli, 2017). Insegna Scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia e da anni tiene workshop e laboratori di poesia in tutta Italia con il metodo pedagogico da lei stessa ideato, oggetto del saggio Domare il drago (Mondadori, 2018). Dal 2022 dirige il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna; cura inoltre le collane di poesia dell’editore Vallecchi, per cui ha pubblicato l’antologia Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento (2023).

“Maniere nere” di Isabella Leardini è tra i libri finalisti della cinquina del Premio Strega Poesia 2026.