Da: Alfonso Gatto, Tutte le poesie, a cura di Silvio Ramat, Mondadori 2022
Cala del vespero
Di te amoroso silenzio
lambiva la sera,
con parole calme
persuasi all’indugio
sognavamo di lontanare nel golfo.
Nel sensibile cielo
la voce piana impallidisce
e ci tace.
La stanchezza ci aspetta
come un dolce bene,
come una morte dorata.
*
Carri d’autunno
Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.
Come un tepore troveranno l’alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l’ala i nidi.
Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d’erba, una pianura.
*
Poveri
I poveri hanno il freddo della terra.
Nella città spiovente, ai tetti, al fumo
tranquillo delle case, il giorno migra
nel colore d’oriente: così calma
la sera agli occhi mesti si fa lume.
Io li ricordo contro un cielo d’aria,
i poveri stupiti, come l’agro
verde dei prati sfiora nella pioggia
una velata eternità di sole.
*
Sorriderti
Sorriderti forse è morire,
porgere la parola
a quella terra leggera
alla conchiglia in rumore
al cielo della sera,
a ogni cosa che è sola
e s’ama col proprio cuore.
*
L’arrivo dell’amore
Dai lunghi inverni udimmo nella pioggia
la carrozza fermarsi, uscirne il passo,
solo, più solo, ed abbaiargli un cane.
Rimaneva il silenzio, la montagna
nevata nel presepio del salotto.
Chi, felice nel giungere, portava
la meraviglia di vedersi intorno
i bambini a toccarlo, era scampato
dal suo racconto, ne sgrondava al riso
degli occhi, uscendo dalla maglia aperta.
Era l’amore, a dirmelo trovavo
dai suoi rapidi gesti la certezza
d’aver le mani al segno delle mani
e dalla bocca la parola impressa
nelle cose, più dentro il loro nome.
*
Estate
Mi ricordi lo spazio dell’estate
e l’azzurro che ventila gli steli
delle campagne torride, impagliate
nell’odore del caldo, vuoti i cieli
che la cicala tesse nella spola
perpetua col suo pettine d’attrito.
Come la vela che si stacca sola
al filo del silenzio nel pulito
della pagina bianca, tu raccolta
in un orlo stillante ne tremavi,
le mani sulle spalle. Poi, di volta
infilata nell’acqua, negli incavi
delle rocce smeralde – secondata
dal tuo fruscìo sulla spinta lieve
delle gambe nel dirtene beata –
mi zittivi d’invidia. Così beve
il fanciullo assetato la sua bocca,
così prova ad amarsi come s’ama
alla prima vertigine che tocca.
Mi desto alla tua voce che mi chiama
rabbrividita, t’appiattisce il sole.
E dal piede battente sulla rena,
per aggiustarti alfine nella pena
goduta, dormi sulle mie parole.
*
A mio padre
Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
«Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno». Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.
*
La luce
La grande luce che dal vento al mare
biancheggia sulle navi e ride ai marmi
dei palazzi fuggenti, il brulichìo
degli albatri sull’acqua rotta al fresco
rigoglio delle spume, la Giudecca
profilata al chiarore del suo grande
cielo che passa nell’azzurro, illeso:
l’improvvisa speranza che la vita
accesa dai suoi palpiti trascorra
nella gioia degli alberi, del sole,
del pane caldo, delle donne calde:
tutto t’è dentro e un brivido la schiena,
un tuffo il capo nei capelli sciolti,
incarnata la bocca su quel pieno
bacio fuggente, o vita mia, o vita
di tutti, rossa, azzurra, vento, mare.
*
Una madre che dorme
Una madre che dorme
piove in dolcezza dentro di sé
come una grotta
e in fondo al lume ha il suo bambino.
Una madre che dorme
dorme al panneggio ardente d’una fiera
che la guarda mansueta.
È una dolce sera
in mezzo alle pupille
della sua onda quieta.
*
Inverno a Roma
I bambini che pensano negli occhi
hanno l’inverno, il lungo inverno. Soli
s’appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d’amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole,
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.
*
Idea del creato
E per diritto della gioia, a squillo
dell’essere, non era più parlare
l’atto del dirsi il vivere tranquillo
della bellezza: sulle canne chiare
dell’aria e della luce consonanti
nell’ampiezza del cielo apriva il mare.
Forse l’estremo reggere gli istanti
del grido era l’illesa architettura
da vedere nel bianco, nell’idea
limpida al segno della sua fattura.
C’è sempre un giorno che il creato crea
se stesso e gli occhi e il modo di guardare.
*
Orizzonte
La notte mi segue e non avverte
ch’io temo d’esserle ombra
per luna tenue e remota.
Come attonita strada
resta per proseguire
la bianca curva ove specchia
la notte remota il suo viaggio
passo alla mia sembianza
nel sollievo del vento
levato in fiore dal mare.
*
Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976) è stato uno dei protagonisti della poesia italiana del Novecento, legato in particolare all’Ermetismo. Dopo aver iniziato gli studi universitari a Napoli senza completarli, svolse diversi mestieri, tra cui libraio, insegnante e correttore di bozze, affiancando presto un’intensa attività giornalistica. Collaborò con numerose riviste letterarie e nel 1938 fondò a Firenze, insieme a Vasco Pratolini, la rivista «Campo di Marte», punto di riferimento dell’ambiente ermetico. Antifascista dichiarato, fu arrestato nel 1936 e detenuto nel carcere di San Vittore; durante la Seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza. Nel dopoguerra lavorò come inviato speciale de «L’Unità» e diresse il settimanale «Settimana», assumendo un ruolo rilevante nella cultura di orientamento marxista. La sua poesia, da Isola (1932) a La forza degli occhi (1954, Premio Bagutta), si distingue per un lirismo intenso e per l’attenzione al paesaggio e alla memoria. Morì in un incidente stradale nei pressi di Orbetello nel 1976.
*
Le poesie sopra riportate sono tratte da: Isola, Libreria del ‘900, Napoli 1932; poi in ristampa anastatica, Pergola, Avellino1990 e 1993; Arie e ricordi, in: Poesie, nuova edizione definitiva con l’aggiunta di Arie e ricordi, Tre arie per la sua voce, Ultimi versi (1929-1941), Vallecchi, Firenze 1941; Poesie d’amore, Mondadori, Milano 1973 (prima parte 1941-1949, seconda parte 1960-1972); Il capo sulla neve. Liriche della resistenza, Milano-sera, Milano 1947; La forza degli occhi, Mondadori, Milano 1954; Osteria flegrea, Mondadori, Milano 1962; Rime di viaggio per la terra dipinta, Mondadori, Milano 1969; Poesie disperse. Tutto è ora raccolto in: Alfonso Gatto, Tutte le poesie. Nuova edizione ampliata e aggiornata. A cura di Silvio Ramat, Mondadori, Milano 2022

