Giuliano Ladolfi Editore 2026
collana Perle poesia, diretta da Roberto Carnero
Fuori
Uscirò fuori dalla mia pelle
me ne andrò in giro baldanzoso,
scheletro e tessuti
pronto a essere annoverato
tra i colpiti, i martoriati
quelli a cui non resta
più nulla da perdere.
E lo sapevo,
sapevo tutto da quell’estate,
è un destino che viene da lontano,
lo so da quella veggente
che lesse la mano
a tutti noi adolescenti
ma solo a me
non volle raccontare il futuro.
*
Medicine
Non viviamo più a lungo
solo più lentamente moriamo.
Di abitudini, non di ferite.
La malattia è un linguaggio
che abbiamo dimenticato,
un equilibrio che ha perso il silenzio.
Siamo tutti qui
per sanare fratture invisibili
tra la storia e il sangue
non per le patologie,
siamo qui per ristrutturare
l’architettura del nostro respiro.
I sintomi
sono codici interrotti,
gli squilibri
sono messaggi che chiedono luce,
corpi che hanno smesso
di fidarsi di noi.
E il corpo non mente
ma parla molto piano,
il fegato ricorda,
l’intestino ascolta,
la pelle respira.
Io mi idrato
come se stessi scrivendo
una lettera d’amore.
*
Torre 6, piano secondo
È sempre un’attesa, la nostra
la mia.
In questa saletta ordinata
reparto degenze, ematologia
gravitiamo tutti in una bolla
di luce primordiale,
galleggiamo nell’etere.
Vibra un silenzio delicato
denso di piccoli rumori,
di ossa che scricchiolano
abiti che si sfregano,
anche la luce frinisce
nel crepitare del neon.
Qui i condizionatori respirano piano
per non disturbare i pensieri.
C’è anche un cubicolo,
un ufficetto dove avere
informazioni che nessuno richiede,
da lì, a volte
il gracidare di una radiolina
diffonde motivetti leggeri,
standard jazz, un po’ di classica
pianoforti liquidi, musica
che ascoltiamo sott’acqua.
Un giorno, eravamo in quattro
quattro sconosciuti
quattro corpi anchilosati
incastonati come fossili
nelle poltrone, quattro ombre
trafitte da una lama di cristallo
frantumate da una voce.
Era una donna
affacciata alla sala d’attesa,
con due parole
ha fatto implodere l’aria,
sbriciolare l’apnea.
……….“Scusate, sapete dirmi
per caso dove si acquistano
le parrucche? È per mia figlia.”
E il senso di tutte le nostre vite
in un secondo s’aggroviglia,
il filo che ci teneva sospesi
ci stringe alla gola.
Si rompono i vetri,
si disfano i muri, le arterie
dei nostri cuori si annodano,
iniziamo a respirare
lo stesso ossigeno nella stanza.
L’ingresso al piano
è il numero quarantacinque,
qui nessuno si conosce, nessuno
si parla, dentro a questa conchiglia.
Qui, siamo tutti una famiglia.

*
Di noi
Quando lo vai a trovare
e lo vedi, in quella striminzita
prigione del corpo
che nella stanzetta dov’è
sembra appoggiare nel vuoto,
pensi che lui non sia lui.
E ti capisco,
perché quando sono lì
anch’io non sono io
a parlare a lui che non è lui
e a casa mamma non è lei
quando mi dice di te
che non sei tu.
Ora è così.
Facciamo solo il possibile
perché qualcosa resti
mentre il futuro sgattaiola via
senza accorgersi di noi.
*
Galateo
In terapia intensiva
quando entriamo noi
entra il silenzio.
Ci chiamano per nome
ma il nome non è mai il nostro.
Nello spogliatoio, il rito muto
della vestizione, un contrappunto
di sguardi pronti per la fuga.
Seguiamo partiture complesse,
siamo esperti orchestrali
che si parlano senza parole.
Accostandoci ai letti
ci posizioniamo tutti a destra,
ombre che fanno ombra
alle ombre, sopra la testa
una finestra dalla quale
non entra mai il sole.
Ci accordiamo agli impulsi
elettronici dei monitor,
spostiamo le mani
seguendo un metronomo sordo,
muovendole sopra i corpi,
sopra le fronti, sfioriamo a ritmo
le guance.
Siamo musicisti precisi, non virtuosi,
abbiamo l’accuratezza che serve
perché suoni esatta la tablatura,
perché di tutto questo intonare
non si senta mai nulla, nessun suono
nessun rumore.
Piangiamo all’unisono, sempre
nei primi cinque minuti,
diciamo qualcosa all’orecchio
dei nostri uditori silenziosi,
ognuno di noi con le proprie parole,
sono le stesse parole
la medesima partitura
codificata per strumenti diversi.
Ogni giorno
imbastiamo una piccola suite,
un concertino, un’ora strappata al tempo.
Dentro questo tempo ci assomigliamo,
tendiamo al finito
custodiamo decisi il segreto, la paura
di non morire.
Quando usciamo,
si spezzano tutte le righe,
ognuno torna al proprio alfabeto,
dimentichiamo lo spartito,
ci guardiamo per un minuto
prima di andarcene via
in qualche maniera.
Signori,
è stato un onore suonare con voi
anche stasera.
*
Francesco Giovanni Bresciani (1979) vive in provincia di Bergamo. È laureato in Lingua, Cultura e Letteratura Italiana e in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo. Autore e musicista, ha scritto e inciso canzoni con le band Karenina e Triste Colore Rosa.
La sua prima raccolta poetica, Del tutto e di minuscole cose (Porto Seguro 2023), ha vinto il Premio Internazionale FŌRMA CULTURA per la miglior silloge edita. “Midollo” (2026) è la sua seconda raccolta, pubblicata da Giuliano Ladolfi Editore nella collana Perle poesia.

