Anterem Edizioni 2025
nota di Laura Caccia


La dismissione, ciò che è deponente, oblativo; e quanto, da intenti pregressi, recede: questa è la terra nullius di Doris Emilia Bragagnini (Anterem Edizioni 2025, nota di quarta di Laura Caccia); un’area tutta in levare, dove sagome indefinite si rivelano identitarie, e “povere cose” trionfano, fin quando “l’orizzonte si abbassa per raccogliersi/ e sgretolarsi, in minute cianfrusaglie”. Via via che l’evanescente si fa inoppugnabile, il “vuoto minore”  diviene una zona di sottratta pressione, un campo in cui il linguaggio è sottoposto a rarefazione e a urto insieme. Ciò che chiamiamo “io” vi appare come un fenomeno secondario, un riflesso intermittente, che rapprende e si disfa al cospetto del pronunciare. Nella continua detrazione alla possibilità della voce, la parola è anticipata da una sua negazione votiva, ed esita in un detrito lucente, un margine che si ostina a vibrare.
Il lessico è spesso inclinato verso il tecnico o il quasi-scientifico, assumendo accenti destabilizzanti: “apotema”, “determinismo”, “aludel” sono termini inattesi, che aprono fenditure, come dispositivi di disallineamento: ne risulta un dettato che procede per quanti e per distacchi, e che persegue intensità in luogo d’irraggiungibili, confezionate compiutezze: il senso è da sostenere nella sua imminenza irrisolta.
Al centro del movimento linguistico, una pratica del limite: “dove finisce il derma/ il confine appoggia il corpo”, in cui il soggetto si smarrisce come continuità. Ne deriva una soggettività eccentrica, fuori asse, in cui la stessa funzione mnestica “non tiene il polso”: è una superficie di rimbalzo, un archivio effimero in cui ogni figura è sul punto di dissolversi; e la dislocazione è un moto essenziale, costitutivo: “sposto la memoria/ la tengo esterna”.
È, per contrappunto, in questa economia della sottrazione che la qualità lirica del testo si accende. Mediante una costante tensione tra immaginario e codice sintattico, si genera un bagliore – insistente, obliquo – che preme sulle cose, fino a indurle a una loro innegabile evidenza negativa; mentre l’annotazione poetica, che abdica a rappresentare, pratica piuttosto un’insistenza su sé stessa: cerca le parole “con i palmi”, aderisce al profilo del dire senza pacificarsi: il versificare, registrando la propria impossibilità a stabilizzarsi, s’accentua a intuizione.
Particolarmente rilevante è la polarità tra segno e perdita: “dove porta il piccolo segno un graffio”, “l’inchiostro si è fatto acqua”. Qui il gesto scrittorio non garantisce permanenza, anzi sembra accelerare una feconda dissoluzione, trasformando il significato in traccia instabile, in “schiuma bianca imprecisa”: immagine che non fissa, ma fulgidamente frana: la “luce che si accascia di soppiatto”, «il tuono come ragione prima del lampo».
Una pregevole densità metaforica accompagna stilisticamente questo processo teoretico: in un idioma anti-oratorio, che lavora per implosioni semantiche. La sintassi è franta, ellittica, attraversata da scarti improvvisi che producono vigore, nella dialettica tra coerenza sinottica e trepidazioni interne: un registro che oscilla tra precisione tecnica e visionarietà, tra misura e scompenso.
Resta, in filigrana, un’etica del riserbo come forma elevata di esattezza: la “necessità di portare con sé, nel corpo e nella scrittura, il risuonare raccolto nel suo affondo esistenziale” (Caccia). La lingua non omette, non tace per riduzione difensiva, ma per fedeltà: trattiene e sfiora, si arresta un istante prima della nominazione piena. Il discorso si ritrae per essere parco e puntuale, per custodire i barlumi dell’esistere: una discrezione vigile che, della poesia, è la più esigente verità.

*

Fotografia di Edward Charles Le Grice, X-Ray Tulips On White, 1910 ca

*

Da: Terra Nullius (Anterem 2025)

terra nullius

smessa la circospezione
il guado tentato d’arraffo leggero
la tela miniata dal ragno sorpreso
l’attraversamento infantile senza dare la mano

pare un richiamo l’insonnia notturna di pareri e dèi
sconfinati, tra anse e oggetti inanimati
nella luce che si accascia di soppiatto
come olio che risalga in superficie delle cose che non sono

estese le sembianze capaci di chinarsi
sono ciò che non si tocca e non è stabile
il nulla di ritorno senza più pretese da guarnire

*

che si fa così distante
l’era dell’eloquio multiforme
saracinesca in luogo detentivo
ogni chiarore si volge all’umano che tace
prefigurata bocca dalla riga storta
è l’orizzonte che si abbassa per raccogliersi
e sgretolarsi, in minute cianfrusaglie

*

mi nascondo
nel buco della notte mi appallottolo
mi acciambello lapsus di gheriglio primordiale
                               sposto la memoria
la tengo esterna, la salvo in distinzione
mi rimbalzo                       fisio_logica

*

la luce pressa le pieghe dei muri
il filo a piombo si esercita latente e sono gesti
come semi strappati ai soffioni le braccia
di chi già è passato tra lo spreco di parole andate
che nessuno ricorda più

*

aludel

fai che le forme echeggino tonanti
ripeti del suono la luce diffrazione della tenebra
filtra l’alta marea della disfatta microlesioni ammonticchiate
distilla e sfuoca di converso il perlustrare delle colpe
raggi sottili i crimini affettivi storpiano il passo sull’intreccio
la volontà germoglia un non tornare dall’oscuro senza eco
il riverbero grida più forte della voce che lo emana

*

monodia

ho riposto ogni limite
il (non) cercare adattazione a renderti sacrario
coltivabile nell’estasi di te sbocconcellato
fattami d’aria cannibale

                                ti centellino

di campane a morto come tacchi da parata, una marcia
lungo le stanze della misericordia di una me che avanza
e arretra di ombra in ombra ti assapora
di composta vuotitudine

*

Doris Emilia Bragagnini è nata in provincia di Udine, dove tuttora risiede. È presente in riviste letterarie cartacee e online, antologie e volumi collettivi. Cocuratrice di «Neobar», redattrice nel «Giardino dei poeti», sostiene la divulgazione poetica con note di lettura e prefazioni. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo e rumeno. Ha pubblicato: Oltreverso (Zona 2012) prefazione di Augusto Benemeglio, Claustrofonia (Ladolfi 2018) prefazione di Plinio Perilli, postfazione di Laura Caccia.
Per Editura Cosmopoli ha pubblicato nel 2023 la plaquette bilingue Umbra Răsturnată/ L’ombra rovesciata con traduzione e cura di Alexandru Macadan. Ha pubbicato la presente silloge Terra Nullius per Anterem Edizioni (2025) con nota di quarta di Laura Caccia.
Numerosi i riconoscimenti: Claustrofonia è stato segnalato al Premio Lorenzo Montano (2019), segnalato al Premio Bologna in Lettere (2019), selezionato tra i finalisti al Premio Pagliarani 2019, segnalato al Premio Umbertide xxv Aprile (2020), ed è stato nella rosa dei venti finalisti del Premio Rilke 2023. La poesia Terra Nullius  è stata finalista nella sezione Una poesia inedita al Premio Lorenzo Montano 2020.
Finalista con la poesia Shhhh, nella sezione Una poesia inedita al premio Bologna In Lettere 2021. Finalista con la poesia Apotema di al Premio Lorenzo Montano 2022.
La presente silloge Terra Nullius ha avuto una segnalazione speciale per la silloge inedita al Premio Lorenzo Montano 2023, si è classificata seconda al Premio Renato Giorgi 2023, ed è stata finalista per la silloge inedita al Premio Lorenzo Montano 2024. Il suo blog personale: inapparentecremisi.com