peQuod 2026
collana portosepolto diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti
volume a cura di Massimiliano Bardotti
con una nota di Valerio Grutt
[…] Questo libro è camminare negli spazi aperti, nel verde delle montagne e di noi. Parla il bosco con i suoi misteriosi messaggi. C’è silenzio in queste pagine, sembra che le parole siano cresciute nel silenzio, giunte da lì a visitarci. Una voce antica nella voce, un richiamo, un tendersi umile e sacro, verso l’alto, verso il chiaro. Un tocco e un ringraziamento, un’offerta, una trama luminosa, il raggio di una speranza, esiste lungo tutta la raccolta. C’è la capacità di vedere la luce, le cose illuminate dalla luce, stare davanti alla luce come davanti a una cattedrale. E poi uno sguardo, compassionevole, sull’altro, sull’umanità forte e fragile. Questa opera è un atto di fiducia, un campo aperto dove le parole fioriscono, sono pagine che parlano la lingua dell’aria, dell’acqua sulle foglie, del cielo. Una raccolta accogliente che ci invita ad attraversare, a compiere questo pellegrinaggio verso le radici o verso l’atto stesso dell’andare, e anche a sostare tra i versi, sulle scale di una chiesa di campagna o all’ombra del mandorlo, ci invita alla presenza. Ci ricorda che tutto nasce e rinasce: le querce, i papaveri, il canto, noi.
Valerio Grutt
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Tutto è immobile in contemplazione quando un fiore dischiude la sua corolla, il giorno mesce nell’alba il pulviscolo nero della notte, e un sospiro, una lacrima possono essere affidati a minute creature alate, come una preghiera: “Prendete il mio pianto nel becco/ affidatelo al vento/ portate sulle ali il mio respiro./ Scegliete un legno ricurvo per il nido/ lasciate scivolare un seme/ insieme a una goccia di cielo./ Il fornaio impasta già la notte con l’alba/ le stelle indossano un velo da sposa”.
Nel più recente lavoro lirico di Leda Erente (Tornerà il grano a sfiorare i tetti, peQuod 2026) la materia – il grano, la creta, il fuoco, l’acqua, il corpo – nelle doglie del proprio mutare, si dà allo sguardo aperto come cosa non inerte, né persistente, ma amabilmente fluttuante: il vigore trasformativo che verte a ricomporre nell’uno la molteplicità del creato: “nel chicco di grano tutte le spighe/ nel volto del Cristo ogni uomo”.
Poesia sobria, vigile: a custodire quanto di sacro vi è nelle mani che seminano, nella solerzia del contadino, nel rintocco delle campane: nel magistrale esistere della tortora che cova, del leccio che accorda il proprio sussurro a quello umano, finché sia cosa unica, al sentire di Dio.
La luce incorona, la luce sciama, appare dall’oltre: scorre, scioglie la tenebra del quotidiano. Lo Spirito è percepito nella misura buona degli elementi primari, in maniera intimamente cristiana: una gioia semplice, una grazia gentile germina nella trama umile delle cose e dei gesti. Lo stile asseconda questa visione con una lingua diafana e raccolta, fatta d’immagini native – seme, pane, fiore, legno, vento – che tendono all’archetipo. Il verso è breve, semplice, procede per tenui apparizioni, dando alle poesie un senso di ricorrenza luminosa, silenziosa. Nuda e lineare, la poesia di Erente canta eventi inesauribili: solitudine e ferita, attraversate dalla pronuncia del Nome, mutano in sé stesse i loro rigori; dolore e privazione operano nel vivente cambiamenti inavvertibili e cruciali, flettendolo all’ascolto, alla cura. La grazia desostanzia ogni strazio, liberando il vivo al proprio incanto.

*
C’è tra il corpo della fiamma
e il copricapo di luce
una soglia di gestazione del buio.
Ruota il turbante
intorno al cuore che arde.
Brucia, si fa parola.
In quell’attimo inspiro.
A quel chicco di riso rendo grazie
dono tutti i miei desideri
in un unico soffio.
*
Il tuo esistere di rosa
profuma d’eterno, di intero
come la pietra di un eremo.
I tuoi petali irradiano d’amore
lo spazio interno,
fino alle sabbie del deserto.
Scavo nel mio corpo di argilla
per trovare l’impronta radicale
e l’acqua e la parola
che mi plasmi in una forma nuova.
Dal tuo seme di fuoco rinascerò
e la grazia del tuo bacio sarà
un rubino sulla fronte
e la creta avrà i riflessi della mirra.
*
Le mani hanno un tocco diverso
da quando hanno seminato il grano
rastrellato l’erba
imparato a stare in grembo a occhi chiusi.
Hanno un modo diverso di accarezzare.
Gli animali lo sentono.
*
Nel tirare la corda della campana
una suora di Sant’Antimo solleva i suoi piccoli talloni.
Sale il fumo con il canto
il tetto invita a guardare in alto
la luce scorre sulle colonne
è una faggeta d’oro e alabastro.
*
Il canto del leccio si unì al mio
prima era solo un sussurro
insieme crescemmo
fino a divenire Uno
nella mente di Dio.
*
L’ago della solitudine punge il cuore la notte.
Sangue ghiacciato nelle vene.
Il dolore diventa un tizzone incandescente.
Ma se pronuncio il tuo nome
la luce scioglie le ombre.
Le ferite lasciate al sole ad asciugare
iniziano a cantare.
*
Leda Erente, (Firenze 1977) è laureata in Lettere moderne. Vive a San Giovanni d’Asso e insegna alla scuola secondaria di primo grado. Ha svolto studi e ricerche nell’ambito della Storia Medievale. Per la poesia ha pubblicato Come l’ombra di un vaso di fiori (Transeuropa 2021); Madreselva (Nulla die 2022); Questa notte non posso aprire gli occhi, con prefazione di Massimiliano Bardotti (FirenzeLibri 2025). Suoi inediti appaiono su blog letterari e riviste on line come “Interno Poesia”, “La poesia e lo spirito” e “Il Pietrisco Poesia”. Ha partecipato a rassegne letterarie come “Un autunno da sfogliare – Incontri letterari tra natura, storia e territorio”, promossa dal CDSE (Centro di Documentazione Storica Etnografica di Vaiano). Nel 2025 è stata ospite de Il Pietrisco Poesia in dialogo con Laura Corraducci e Rossella Riccobono.

