poesie scelte 1983-2025
Marietti1820 Editore 2025
Nota critica di Margherita Parrelli
Emana e trattiene luce Il soffiatore di vetro di Tiziano Broggiato (poesie scelte 1983-2025, Marietti1820 Editore). Lo stesso titolo la lascia intravedere: nulla come il vetro tra le umane invenzioni è, infatti, più vicino alla luce per leggerezza, chiarore, spettro di colori.
Tiziano è poeta dell’osservazione silenziosa, la sua presenza nei versi è discreta e pervasiva, coglie attimi e li rende atmosfere dilatate nel tempo, allargamenti nello spazio. Rende familiari i luoghi, i suoi viaggi in città sono un tracollare di emozioni. Egli è un raccoglitore di luce, raro e sensibile, che a tanta luce vorrebbe quasi sottrarsi, restando in ombra per meglio osservarla.
La luce sostò a lungo
davanti alla mia porta.
Io, all’interno, le davo le spalle
ma ne avvertivo distintamente
la presenza.
Mi girai quando percepii
di non essere più solo: lei stava entrando
insinuandosi dalla bassa feritoia.
Poi, aggrappandosi alla parete,
si issò lentamente in piedi.
Me la trovai così di fronte; alta,
lattiginosa. Irridente.

Si moltiplicano le luci che il poeta coglie e ci consegna.
La luce che si accende sul buio: “a luce spenta/ si apre il serraglio degli dei”; quella irreale dell’amato autunno: “in realtà questa luce d’ottobre/ non è mai esistita”; la luce della primavera che distoglie: “mai amato la primavera/ per via dei precoci risvegli,/ della sua luce eccessiva”; quella estiva: “tutto è dosato dalla lentezza/ nella piazza distesa sotto il sole”; la “luce dell’alba che sembra/ voler indietreggiare, più che avanzare”; quella pomeridiana: “eppure ipotizzo un pomeriggio/ fatto di luci oblique e corse stremanti”.
Anche il corpo che cerca il sonno ha la sua luce: “mi rigiro nel sonno paventando gli ineluttabili,/ lucidi scricchiolii del mio assetto:/ un’ombra azzurrina sul dorso delle mani” e così la pagina che cerca la scrittura: “anche stasera la mia pagina/ è una sala d’aspetto periferica:/ luci basse e nessuno in attesa”.
Luci cittadine illuminano l’opacità: “nel riverbero d’inchiostri e cere/ la città irraggia lampi delle sue/ chiuse rovine”, invitano a fermare l’istante: “sia di Milano o Parigi/ questa luce bassa e stretta/ che solo lungo l’acqua allenta/ la sua presa e dalle periferie/ sgrana i profili delle torri/ noi vorremmo trattenerla così”; tremano “quando l’alba si annuncia/ sulle bianche vele di Le Havre”; doratamente gemono: “abito ai margini della città/ e ne conosco ogni sottile, lucente dolore”.
Luci notturne a dare rimembranza: “ricordo di lune gemelli./ Di dormienti avvolte nel balsamo/ di un lume invernale”; guida: “mentre le stelle crescono alla finestra/ e un interminabile luna rischiara/ la direzione”; o enigma: “l’occhio sghembo della luna indugia a lungo/ prima di schiudersi definitivamente”.
Luci evocate di cieli: “eppure, ho visto qui più cieli in dieci giorni/ che non negli altri quattordicimilaseicento altrove”; soli in scomparsa nel cielo: “un sole senza qualità affonda dietro/ un banco di statiche nuvole di gesso”; luci timidamente aurorali “il mattino si libra indomito/ sull’immobile gondola d’autunno/ mentre uno sghembo sole attende ignavo/ di essere sopraffatto dalla bruma”.
Ci sono figure di luce: “e ti ho vista/ allora/ alta e illividita e bianca/ camminare sul fiume ghiacciato”; il legame affettivo con i figli, visto nel tempo, è attraversato da luce: “Troppo rapida così trascorse/ la stagione dei mesi luminosi”.
E ancora: “quella luce schierata di ottobre” della Patagonia, quella degli aquiloni: “li esalta un lucente controvento dal profilo/ tibetano”, quella delle foglie: “una sorta di statica eclisse,/ di luce contratta sulle foglie degli alberi”, e quella del risveglio: “ la luce curva del risveglio/ si aggira nel corridoio/ senza mai mostrare il volto”.
Mai ci mostra il volto il poeta, ma sempre ci mostra il poggiarsi del suo sguardo: lo immaginiamo di spalle a guardare ciò che gli viene incontro, ciò verso cui si sporge con partecipazione, sospeso tra desiderio e realtà; in un endecasillabo dolcemente allungato, in un ritmo reso più ampio e arrotondato da un accurato e generoso impiego degli aggettivi, sempre alla ricerca della parola finale, come intitola una delle ultime poesie inedite: “Sciama, oltre il tergicristallo,/ una schiera inquieta di parole./ Io ne sto cercando una, attesa/ necessaria, insostituibile”, la sua attesa sarà la nostra.
*
Confidenza sul Monte Berico
A volte
se ci penso
mi sembra di essere un monatto
o uno del popolo dei fiumi
che per frequentazione ha imparato
a camminare sull’acqua o
ancora
un viaggiatore sperso e ignaro
che si aggira indenne per la vita
tra più giovani caduti
o storpi
o tolti dalla riva dal pigmento
dei predestinati.
Tu
che un sorriso infine lo concedi a tutti
sai che invece è in quel po’ di unguento
che ogni prima domenica del mese
mi rinnovi
il segreto che mi fa stare
dall’altra parte del mare.
*
Preparazione alla pioggia
Dal portone, improvvisa come una folata,
l’eco di una donna che ride.
Poi il rumore di vetri, alluce
che pian piano va via.
Scorre lento il sangue dopo l’incontro.
Cerca consolazione nel silenzio,
diventerà definitiva.
Il cielo ora sembra una rete di suole nere.
C’è appena il tempo per convincersi che nessuna
consolazione è abbastanza grande
da soddisfare tutti.
Prepariamoci alla pioggia.
*
Alla fine della poesia
Una stagnante mattina di dicembre.
Fuor, una nebbia ostinata, lattea
che non vuole lasciare la cima degli alberi.
Conclusa una tormentata poesia
iniziata a ottobre e disperso il corteo
di voci lunari che svolazza per le stanze,
mi rendo conto che lentamente
il mondo ha smesso di meditare.
Non accade dunque più nulla,
se non la subdola metamorfosi
della vita che si ritira.
*

Tiziano Broggiato (Vicenza 1953) ha pubblicato diversi libri di poesia, tra i quali: Parca lux (Marsilio 2001), Anticipo della notte (Marietti1820 2006), Dieci poesie (in Almanacco dello Specchio, 3, Mondadori 2007), Città alla fine del mondo (Jaca book 2013), Preparazione alla pioggia (Pequod 2015), Novilunio (Pordenonelegge 2018), Sorvoli (Pellegrini 2023). Ha inoltre curato le antologie: Canti dall’universo – Dodici poeti italiani degli anni ottanta (Marcos y Marcos 1988), Lune gemelle (Palomar 1998), i libri di testimonianze Le città dell’anima – I luoghi dei poeti (Pellegrini 2017) e I padri della parola (Pellegrini 2022). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio Montale, il premio dell’Unione Lettori Italiani, il Sandro Penna, il Frascati e il Pascoli.
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Margherita Parrelli (Roma 1967), è laureata in filosofia; ha vissuto in Gran Bretagna, Francia e Germania. Ha lavorato per il Bayerischer Rundfunk, la RAI, Il Mattino di Napoli e come insegnante di italiano alla Volkshochschule di Monaco di Baviera. Ha pubblicato: L’orizzonte tra le mani (Lieto Colle 2011), Falling Down (La Vita Felice 2014), Penelope e /Antigone – poemetto (La Vita Felice 2017), Incontro (La Vita Felice 2022), Tieni la pace in mano (Edizioni Rhegium Julii 2022), A mani vuote (Macabor 2024), silloge vincitrice ex-aequo della seconda edizione del Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Vincenzo Pistocchi” 2024.

