Book Editore 2025
prefazione di Alberto Bertoni



Con la sua più recente raccolta di poesie (E così sia, Book Editore 2025, prefazione di Alberto Bertoni), Enrico Trebbi affida al lettore un libro di limpida maturità, dove la parola si misura con la soglia del congedo. Il titolo, che richiama il sacro ma che, più verosimilmente, si rifà a un atteggiamento di aderenza al fluire delle cose, è – come accennato nell’intervista immaginaria che chiude il volume – un’attitudine di resa alla sorte, di attenuazione dell’ego: “Quello che conta è dimenticarsi, non dimenticare qualcosa o qualcuno, dimenticare sé stessi”; e di fedeltà alla poesia: “Quel battito d’ali che talvolta senti quando scrivi, quando la nuda verità della poesia si fa strada, si trasfigura e ti cambia, con appassionata innocenza. I versi, per me che non credo, sono stati i miei angeli, non so se angeli custodi. Io certo li ho custoditi con cura”.
Un umanesimo critico, scevro da teologie, fondato su una sentita fratellanza tra gli uomini – sulla scia della riflessione etico-storica di Walter Benjamin – dall’autore praticata in ogni sua forma, e precipuamente nella tenacia di amicizie salde, mantenute feconde per un’intera vita, come rivela l’intensa e fraterna prefazione del poeta e critico Alberto Bertoni.
E così sia afferma una postura devozionale e affettuosa, pur nella dichiarata mancanza di un credo religioso, nel suggellare una forma di riconciliazione dell’uomo con la propria dignità e lealtà.

La raccolta si apre con la sezione Canzoniere d’autunno – dedicata a Benedetta, figura amata – che reca in sé il baricentro tematico dell’opera: un canto della durata e del legame, dove la malattia e la perdita non cancellano ma trasfigurano l’amore. L’autunno, stagione emblematica, diviene simbolo di transito e di rivelazione. Seguono le sezioni Canti d’umano amore, Canti della terra, Canti delle soglie, dove la dimensione di poesia narrativa e meditativa assume ampia figuratività e pregnanza; elevandosi a toni elegiaci, con intenzionali planate nel consueto, nell’ordinario: le scarpe infradiciate, le ciliegie acerbe, le gelide “corsie d’ospedale”; “i piatti lavati insieme”, “ i gattini raccolti dal pattume”, “un’ultima presa di sale da gettare nel sugo”, sono istanti che contengono un trascendente affettivo che parte da basi fervidamente umane, di solida condivisione.
La dimensione etica e politica si intreccia alla riflessione spirituale: il dialogo tra comunismo e cristianesimo trova eco nei versi come assioma d’uguaglianza tra gli uomini, di universale carità, al di là di dogmi e cristallizzate ideologie, nell’esercizio quotidiano di un’esattezza degli affetti esercitata con probità, nonostante le incertezze e le foschie dell’esistenza; come la poesia, “una strada che finisce nella nebbia e non si sa dove sia iniziata”, un “collegamento breve tra un nulla e un nulla”, eppure da percorrere sempre  “nella luce del vero”.

Di fatto, con E così sia, Enrico Trebbi dona al panorama poetico contemporaneo un libro importante: malinconico e intriso di micidiali tenerezze. Il titolo, che secondo Alberto Bertoni “equivale all’Amèn ebraico” e “in accordo all’accezione biblica significa: ciò che scrive è vero”, dichiara fin da subito il suo doppio statuto: gesto di riconsegna e di verità, atto di fiducia nel linguaggio come sopravvivenza.
La poesia di Trebbi, in questa raccolta ultima, nella sua asserita intenzione di conclusività – anche se ci si augura che non sia così – cerca la purezza e la testimonianza. L’intenzione dell’autore è quella di chiudere il proprio percorso, almeno quello editoriale individuale. La lingua respira ampia, variopinta, armoniosa, con un tessuto linguistico corposo, reso trasparente e lieve dalla propria musicalità: come materia verbale che dismette il suo peso, addestrando la finitudine alla grazia. Dentro la vita che si ritrae, la parola tiene ferma la radice – pur esile, tremante – di un reale che ancora ha sete di essere illuminato dalla coscienza umana e dal gesto del dire.
Bertoni parla di un libro “teso e calibratissimo, da leggere e assaporare con la medesima adesione richiesta,  per complessità, profondità e pathos, da un autentico Trovatore dell’epoca nostra”. Invero, Trebbi attraversa il tempo come un cantore di gesti minimi, in cui la spietata dirittura della cronologia terrestre s’attenua nell’esperienza del rammentare, del celebrare e dello sperare.

Pur provenendo da contesti storici e poetici differenti, E così sia di Enrico Trebbi richiama – per tale postura memoriale, rituale e proiettiva, ma anche per l’ampio respiro del verso, per l’apertura narrativa e meditativa delle liriche e per certe atmosfere crepuscolari e autunnali – Sinfonia di novembre di Oscar Vladislas de Lubicz Milosz. In entrambe le opere, la poesia è liminare, in bilico tra privazione e rievocazione: laddove Trebbi rievoca istanti ed affetti di un tempo, dandone amorevole testimonianza e ponendovi significato, Milosz, con toni più simbolici e cosmici, si mantiene tremante al cospetto dell’impermanenza.
Nelle atmosfere affini, in Trebbi talora il lessico discende nel disadorno, nel dimesso: le ossa, le bottiglie rotte, le tracce d’unto, i canovacci, le barbe tamarre, le brache a toppe, le macchie di muffa, la puzza di gas, l’accesso di tosse; e da quella materia, pur dolorosa, del visibile, da ogni inadeguatezza, cava barlumi di grazia: “L’oro del controluce autunnale delle foglie,/  gli spasmi che le torcono, un’alba fragile,/ una luna leggera e trasparente, un’ostia nel cielo”; e ancora:  “E oggi mi basta/  sapere di essere ancora per te/ un porto notturno di scafi/  e vele raccolte, se fuori la tempesta imperversa,/  se ti è necessario un lume,/  un moccio di candela, uno sguardo, la mano/  che ti stringa, che dichiari/  tutto il mio essere te, quando tu hai detto/  tutto il tuo essere me”. È un versificare che illumina, senza alcunché redimere: nell’assenso divaricando bellezza. Nelle consonanze con Milosz, di particolare incanto è l’affinità nel sapore di una nostalgia futura, il “futuro grammaticale della nostalgia”, quella “forma che proietta un passato sconsolato in un lontano avvenire; che trasforma l’evocazione malinconica di ciò che non è più in tristezza lacerante di una promessa irrealizzabile” come sostiene Milan Kundera in prefazione1 al poeta lituano. Trebbi:

                            Avremmo cercato, io e te, rivoluzione altrove.
                            Ritornano nel mio mese le immagini
                            di tutta intera una vita, i dispacci inviati,
                            le risposte attese a lungo e mai pervenute.
                            Ritornano fortunatamente a casa i piccioni
                            destinati a portarti le mie confessioni,
                            la dolcezza che cerco di dirti
                            e spesso non riesco, i bianchi cieli d’estate,
                            così piatti e diversi da queste nubi d’azzurro
                            che s’incendiano a sera,
                            dall’incontenibile fiorire di prati e mare,
                            d’erba mossa in un fluttuare d’onde,
                            spighe e bionde stagioni corsare.

Analogamente, quando il poeta scrive: “Vorrei mi si lasciasse qui, sprofondato/ in una delle giornate che amo,/ in questa quiete di preludio,/ in questa sonnolenza/ che destituisce di senso il mondo a me noto”, si avverte la verità del suo E così sia: l’abbandono fiducioso al ritmo naturale delle cose, al destino condiviso dell’umano.

Il linguaggio di Trebbi è di una semplicità inquieta: apparentemente piano, quasi colloquiale, ma cesellato in un fervore di precisione teso a soavità antiche:

                           Un’aria di disgelo trafigge i polmoni,
                           brulica d’insetti onnivori e vampiri
                           il vespro immacolato di tramonti andalusi.
                           Solo quando c’è brezza, solo a sera.
                           Solo quando una parola rincorre nei pensieri
                           una seconda, una terza.
                           Recupero dei canali,
                           dei maceri e canapi, del gracchiare,
                           delle zanzare a nuvoli, del rosso.
                           La notte si approssima lenta,
                           letto di tenerezza, di frasi scambiate.
                           I figli avranno luoghi altri in cui
                           seppellire e celebrare l’innocenza.
                          A noi questi restano: una campagna
                          che veleggia verso la periferia, ma
                          esiste ostinata nella memoria d’amore,
                          nelle lucciole scomparse dal bordo.
                          Una terra del nulla nel silenzio tutto.
                          Gli argini chiudono l’orizzonte, i buoi
                          camminano lenti e vaporano il freddo.
                          Luccica la lama delle falci affilate sulle cote.
                          Scialbano i fieni appesi ai muretti.
                          Codemozze lucertole s’inseguono
                          sul cotto dei voltoni. Cantano al sole galli rostrati.
                          La villa dei pezzenti trasuda lamenti.
                          Tutti perdono qualcosa, tutti fanno dono.

La concretezza trema di densità lirica, fino a una indichiarata, ma presente, trascendenza, in cui il registro intimo satura le immagini per accumulo, sino a subitanee verticalità:

                          Lo sento dal silenzio, dall’impressione
                          di essere in un vangelo tutto nostro,
                          nel compiersi di gesti quasi involontari
                          mentre tendo l’orecchio
                          alla musica che scelgo,
                          ai tuoi respiri altrove,
                          poco discosti dal mio batticuore

La linearità sintattica appare franta da un senso di pudore: sospensioni, coordinate brevi allentano la progressione logica e lasciano spazio a un respiro emotivo di cui la punteggiatura è un basso ritmico, di regolarità cardiaca: se il verso oscilla tra endecasillabo disteso e verso libero o, talora, fraseggio di prosa poetica, permane la cadenza di una metrica interna a ritmare il palpito: ritorni fonici, simmetrie di accenti.
Prevale la consonanza dolce, fatta di liquide, nasali, sibilanti. La sonorità è interna, confidente; raramente aspra. Il poeta cerca la voce più che il suono, la vibrazione del parlato che diviene canto sommesso; eppure le intenzionali ruvidità – termini prosaici, brusche dissonanze – impediscono alla lingua di smarrirsi nel lirismo.

E così sia è un libro incantevole, in cui un poeta sapiente e di lungo corso s’assottiglia intenzionalmente nella ritrosia e nel sottovoce: una dichiarazione di remissività serena alla finitezza, ma anche di fiducia nell’atto poetico come ultimo luogo di cura e di amore, perché, come afferma l’autore:  “alcune emozioni trovano strada direttamente in poesia. Scrivere è una strada dall’interno all’esterno. È la certezza di essere […] Il nero che sporca il bianco. La vita che sporca il vuoto. Amo sporcare e sporcarmi”.

Gérard Blain, da: “Le beau Serge”, 1959



*

da: E così sia, Book Editore 2025

Maggio

Dopo questa pioggerella timida,
che quasi non ci siamo accorti,
ecco che il cielo perde nuvole e veli,
si schiara, ritorna a luce, pare quieto.
E quieto era nel breve attimo
del piangere, quelle lacrime mai consolate
di cui ha provato vergogna,
come fossero una colpa. E certamente
una colpa è piangere a maggio,
in questa stagione di rancorose rinascite,
di fogliame che non cerca scuse
o comprensive stanze e voci,
abbracci accennati e incompiuti,
di me che ti cerco e ti vorrei
nel sussurro della pioggia lenta,
quasi trattenuta tra cielo e balconi,
tra il mio essere e non essere qui.
Dove ci troviamo oggi, mia cara,
che ci guardiamo spauriti
e non comprendiamo il divenire
di queste giornate incerte?
Che primavera è mai questa
che rinasce e insieme muore
e insegue il muto percorso
dell’essere temporaneamente vivi,
come sempre, ma oggi molto più veloci
a sparire, a diventare per ognuno nessuno?
I petali a maggio di rose
infestanti e caduche, le stesse
che assalivano la porta della stalla,
cieli d’interminabili tramonti d’estate
quando cercavo parlarti da distanze
involontarie e incolmabili,
i tramonti sull’orto privo di ogni dignità
in cui ho visto il tuo viso amato
ricomporsi per me poco oltre le foglie
di querce e ortensie
e selvatiche propaggini di salvia

*

Le parole

Possano le parole, oggi,
essere lievi come le tue mani.
Possano soffermarsi esitando
al tuo orecchio e,
quando ne sentirai il soffio leggero,
entrare e lavorare come
piccoli falegnami
per arrotondare, smussare,
levigare, togliere di lima
le schegge, le punte acuminate
che trafiggono l’anima.
Possano diventare parte costitutiva,
farsi sostegno, sostituzione, materia.
Possano trovare un loro posto,
quello che tu avrai voluto per loro,
e sedersi. Sarà il posto
che tu sola conosci
e non svelerai a nessuno,
dove potrai cercarle
quando ne avrai bisogno.
Possano le parole, oggi,
essere come le tue,
come i tuoi sguardi freschi
e rotondi, che così spesso cerco
quando l’estate morde alla gola
e nulla pare salvarsi
nella luce brutale
del primo meriggio.
Possano salvarti se davvero,
come qualcuno dice, riescono a farlo.

*

Enrico Trebbi è nato a Modena, dove risiede, nel 1953.
Ha pubblicato alcune plaquettes di poesia insieme ad Alberto Bertoni. Sue poesie compaiono in diverse riviste ed è presente con proprie sezioni in antologie collettive. Insieme a Alberto Bertoni e al saxofonista Ivan Valentini ha pubblicato 2 cd di poesie e musica: La Casa Azzurra (Mobydick 1997) e Viaggi (Arx Collana & Book Editore 2001).
Insieme a Bertoni, Valentini e con la partecipazione del chitarrista e compositore Luca Perciballi, ha dato vita alla realizzazione del cd Fumana (2020, poesie in dialetto modenese e musica), e dell’album Intersezioni (2022, soltanto in formato digitale).
Ha inoltre pubblicato le raccolte di poesia: Un resoconto frammentario (Book Editore 2003), finalista al Premio nazionale di poesia “San Pellegrino” 2004; L’incertezza del volo (Book Editore 2017), vincitore del Premio nazionale di poesia “Caput Gauri” 2018 e finalista al Premio internazionale di poesia “Gradiva” 2019 – State University of New York, Stony Brook.


  1. Oscar Vladislas de Lubicz Milosz, Sinfonia di novembre e altre poesie, a cura di Massimo Rizzante, prefazione di Milan Kundera, Adelphi 2007 ↩︎