Macabor 2024
prefazione di Marco Bellini
postfazione di Rita Pacilio


A causa della capacità del passato di insediarsi nel presente, al punto da contribuire a definirlo, i testi si fanno specchi riflettenti e deformanti sia l’intreccio temporale che, conseguentemente, la percezione del proprio sé e l’immagine della figura materna. A questo punto, all’interno di una “relazione unidirezionale” fondata sul ricordo, si avverte il tentativo, seppure in maniera illusoria, di esperire tra le due anime protagoniste una nuova possibilità d’amore.

Marco Bellini


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Margherita Parrelli ci fa accostare al nesso genitoriale madre/figlia mettendo in risalto le contraddizioni, i dubbi, le incomprensioni, le certezze, il taciuto e il velato del delicato acquerello comunicativo/generazionale. Tuttavia è l’energia amorosa che fa i conti con la memoria irradiando, con gamma cromatica, le sfumature personificate delle aure che, nelle nostre molteplici sfere sensoriali, vivono gli effetti della stessa bellezza nei medesimi riflessi di luce. La madre diventa figlia e la figlia madre: una eclissi carnale e sintattica come un avvicinamento sperimentabile nella compresenza e nell’affinità di conoscenza e vita.

Rita Pacilio

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Margherita Parrelli con A mani vuote (Macabor 2024, prefazione di Marco Bellini, postfazione di Rita Pacilio), compone un requiem domestico in forma di frammenti: la voce poetica attraversa la perdita della madre con tratto lieve, eppure rigoroso, senza cedere alla retorica del lutto. L’autrice sceglie un realismo intimo, fatto di oggetti, stanze, gesti minimi. La memoria, mondata da facili consolazioni, diviene indagine, e ogni poesia reca un reperto, una prova, un tassello del legame ferito. La madre appare insieme materica e irraggiungibile: mani esangui, frigoriferi sguarniti, cassetti stipati di ninnoli, una casa che diventa teatro allegorico, teca di memorie. È il paesaggio di una genealogia femminile spezzata, dove tenerezza e pena convergono, e l’amore – mai pacificato – affiora vieppiù nella mancanza.
Il portamento di Margherita Parrelli è pudico, privo di sentimentalismi: una commozione per ossimoro nasce precisa, dal contegno emotivo e stilistico, dal simbolismo sobrio; il linguaggio è in levare: terso, antiretorico: vicino al parlato ma privo di cadute colloquiali. Il verso breve – paratattico, assertivo – restituisce la nuda verità delle cose; talvolta una sola immagine esaurisce il messaggio. Ne risulta una ritmica scandita, quasi cadenzata sul respiro emotivo, con frequenti sospensioni: pause interne, enjambement, chiuse severe per affermazione o constatazione, che fermano l’immagine nel punto esatto in cui più duole.
L’immaginario è coerente: il colore blu, che spazia tra bellezze iridate e transitori livori, è pervasivo; il teatro dismesso della casa, che trasfigura a tratti in reliquiario, il cibo minimo della sottrazione affettiva, le mani “sottili”, “tutte tendini e vene” come scrigni di gesto mancato; l’agognato mare, il treno irraggiungibile della ricongiunzione: tutto afferma l’inappellabile, l’esito definitivo.
L’io lirico, attraversate la privazione e l’assenza, sosta nell’esiguo che resta: le polverose aure di quel luogo “così stralunato e silente” che è la casa materna “nell’ora meridiana”; e ancora “i fiori finti i fiori secchi i fiori”, e i “foulard della bisnonna/ guanti del mercatino/ spille degli anni ottanta/ fermacapelli art nouveau/ resti di profumi in boccette omaggio” nei cassetti dove “si celebrava/ il rito dell’eternità”.
A mani vuote è un testo a continuità poematica, di tenace nudità espressiva, sostenuto da coesione simbolica, disciplina ritmica e da una lucidità affettiva priva di affabili catarsi: gesto poetico che medita la stentorea pervicacia della materia nella dipartita di un’anima cara, e la filiazione come destino incompiuto: madre e figlia si sono appartenute ma senza riuscire a riconoscersi; è qui che la poesia si fa nido di ammenda, reincontro, rimedio: dove il dialogo – seppure a posteriori – può finalmente schiudersi, accadere.

Fotografia di Vivian Maier, 1962

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da: A mani vuote, Macabor 2024

È tanto che non prendo un treno
ne ho dimenticato il suono ritmato
le distanze d’amore che devo coprire
sono troppo ampie e il luogo da raggiungere
non ha rotaie. Mano nella mano
una lunga fila di saluti alcune fotografie
il passo incerto l’incontro del tuo sorriso.
Sono nata il giorno in cui tu sei nata
mi hai avuta in un intervallo
all’ombra del firmamento.

*

Perle di rosario gocce d’acqua
sulle nocche ingrossate
delle tue mani sottili
fronte che disperde la memoria
e non sa a chi rivolgersi.
La solitudine del centro tavola
riposa e orna i commensali assenti
cerco il sostegno della parete
e mi sento divenire
la roccaforte del tuo dolore.

*

Nessun altro luogo è stato
così stralunato e silente
come la tua casa nell’ora meridiana.
I tanti quadri a guardare immobili
verso il riposo dei divani
i libri ben disposti sui tavolini
e i fiori finti i fiori secchi i fiori
di vaso in vaso di stanza in stanza.
Tu minuta rimpicciolita
incurvata lumaca sbucciavi il pensiero.
Nel raggio di sole che attraversa le finestre
incerti voli di polvere cittadina.

*
Ti sei spenta nel pronto soccorso
iotu separate da altre vite in pericolo
da quattro tendine bianche.
Mentre cercavo di chiamare l’ambulanza
per portarti a morire a casa
il monitor è diventato piatto.
Perché non ti ho preso la mano invece?

*

Non so se sei stata una buona madre
o io una buona figlia
o nessuna delle due qualcosa di buono
non siamo riuscite a capirlo
tante cose stavano a rimproverarci
ma quando ti ho detto che potevi
andare tranquilla, che ce l’avrei fatta
te ne sei andata.

*

Se fossi qui ti stringerei a me
ma non direi nulla
avrei paura di ogni parola
del loro divenire barricata.

*

Non hai potuto dire
ho timore di morire
ti sei consegnata invece
alle ore silenziose della casa
hai atteso la notte vellutata
per dormire avvolta nei ricordi
ormai tutto il tuo futuro.

*

Sono stata tua figlia
avevamo la stessa forma del bacino
e qualcosa del mio viso ti ricorda.
Ti ho voluto un bene disarmato
come quello di ogni figliofiglia.

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Margherita Parrelli è nata a Roma nel 1967, dove si è laureata in filosofia ed è tornata a vivere dopo quasi vent’anni passati tra Gran Bretagna, Francia e Germania. Ha lavorato come freelance per il Bayerischer Rundfunk, la RAI, Il Mattino di Napoli e come insegnante di italiano alla Volkshochschule di Monaco di Baviera. Attualmente si occupa di donne vittime di violenza ed è consulente familiare. Ha pubblicato cinque raccolte poetiche: L’orizzonte tra le mani (Lieto Colle 2011), Falling Down (La Vita Felice 2014), Penelope e /Antigone – poemetto (La Vita Felice 2017), Incontro (La Vita Felice 2022), Tieni la pace in mano (Edizioni Rhegium Julii 2022). Alcune sue liriche fanno parte di antologie e sono apparse in riviste online. Per le sue poesie ha ricevuto diversi riconoscimenti. La presente silloge A mani vuote è risultata Prima Classificata ex-aequo alla seconda edizione del Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Vincenzo Pistocchi” 2024.