fotografia di Dino Ignani

a cura di Maria Allo

Il Convivio Editore 2024


Metamorfosi dell’Io: Tra Solitudine e Rinascita

L’autobiografismo si intreccia al mito, tessendo, nell’opera di Saverio Bafaro Osicran o dell’Antinarciso (Il Convivio Editore 2024) una ricerca pulsante di valori universali. Questo lavoro dissolve i contorni tra saggio e poesia, lasciando che pensiero e visione si fondano in un’unica prospettiva vibrante. Qui emerge un Narciso capovolto, un’immagine speculare e inedita che scruta il mondo con occhi nuovi e penetranti. Il mito classico si sfalda e si ricompone: a tratti ancorato alla tradizione, spesso lanciato con coraggio nel presente, diventa chiave per un’immersione nel profondo mosaico della coscienza, nei meandri di un’interiorità svelata come sotto la luce fredda di una lastra radiografica. Persino la copertina, con l’inquietante ironia di una radiografia della colonna vertebrale dell’autore, sembra suggerire un viaggio audace nell’essenza stessa dell’Essere, fragile e avvolto nelle sue ombre più mutevoli. Saverio Bafaro ridefinisce il mito con un approccio radicalmente diverso rispetto ai grandi poeti che l’hanno preceduto. Se Callimaco lo analizzava con l’occhio clinico del filologo in cerca delle sue radici storiche, Catullo lo usava per dare forma ai propri tormenti, e Lucrezio lo impiegava per addolcire le asprezze della sua filosofia, Properzio vi trovava un riscatto alle sue vicende terrene. Ovidio, dal canto suo, si limitava a trasformarlo in fiabe stupefacenti, dense di straordinarietà. Bafaro rompe gli schemi: non si limita a richiamare il mito, lo manipola, lo deforma, lo piega al suo sentire, trasformandolo in un mezzo per raccontare qualcosa di nuovo, personale e senza tempo.  Con una creatività che affascina, ci immerge in un universo in bilico tra realtà e irrealtà, invitandoci in un viaggio iniziatico che attraversa oscurità e luce, umiliazione e rigenerazione. È un processo volutamente instabile, dove l’essere umano è chiamato a confrontarsi senza filtri con sé stesso, oscillando perpetuamente tra il troppo e il troppo poco, tra presenza ossessiva e assenza devastante. Il messaggio poetico di Bafaro sovverte tutte le aspettative: ribalta le regole, decostruisce i cliché e ribadisce il suo rifiuto verso la deriva narcisistica che avvolge la società contemporanea, contagiando arte e letteratura. Qui non c’è solo poesia: c’è uno schiaffo intelligente alla superficialità del nostro tempo. Un viaggio di consapevolezza dentro il labirinto della nostra interiorità, tracciato come un arco in movimento: assenza e presenza, maschile e femminile, estremi che si sfiorano e si completano. Si parte, si attraversa un punto di intensa drammaticità e si approda a una nuova dimensione conquistata. Oggi siamo tutti un po’ Narciso, ingannati dal riflesso di un istante che scambiamo per il Tutto. È la trappola del presente: l’umanità moderna fatica a misurarsi con la tensione tra ciò che resta e ciò che svanisce. La vera sfida? La vera sfida non è controllare il tempo, ma imparare a cavalcare il caos del cambiamento. La metamorfosi, quel passaggio dirompente da una forma all’altra, con la perdita delle vecchie certezze e l’emergere di nuove identità, diventa il simbolo di una crisi personale e collettiva: la frantumazione dell’io, il crollo di ogni sicurezza, lo smarrimento davanti a una ridefinizione di sé. Questo processo offre al poeta un territorio inesplorato per scavare nell’essenza più profonda dell’animo umano, mettendo a nudo percorsi spirituali straordinari, dolori autobiografici, momenti di disorientamento e angoscia che riecheggiano nella condizione universale. “Ci sono infiniti altri mondi/ oltre questi miei soli occhi/ oltre questa mia forma estesa/ Nella scia lasciata dal tempo/mi illudo di lasciar traccia/ e disperdo una scia di fiato/ rincorrendo una prigione/ che chiede d’esser liberata”.  Narciso si illude che l’attimo riflesso sul suo bel volto sia il Tutto. Un approccio molto in voga anche oggi, dove l’essere umano contemporaneo è incatenato al presente come un criceto sulla ruota, completamente spaesato davanti al dramma eterno: tenersi stretto quello che c’è o accettare che tutto cambia? Spoiler: il problema non è il tempo, ma la nostra cronica incapacità di mandare giù il boccone delle trasformazioni.  Entra in scena il pendolo, simbolo perfetto e un po’ snob. Pensalo come una metafora su un’altalena esistenziale: da un lato ti lanci verso il futuro convinto di spaccare il mondo, dall’altro torni indietro a leccarti le ferite del passato. La vera pace – e diciamolo, la totale assenza di autocelebrazione – si trova solo in quel paradossale momento intermedio, sepolto nella quiete più assoluta, quando tutto si ferma e sfiori la terra. E dentro di noi? Due stanze perpetuamente in lotta: luce da fotofobia e buio pesto da film horror. Ed ecco saltar fuori il vero mostro – no, non è sotto il letto: è lo specchio. Uno specchio infido, privato e spietato, che ci mostra una triste verità. Non abbiamo paura del cambiamento. Abbiamo paura di specchiarci davvero, perché il riflesso crudo spesso ci svela per ciò che siamo: fragili, ordinari, dissolti nell’immensità. Lo temiamo, quel riflesso, non perché deforma, ma perché rivela. E allora camminiamo come ombre su una strada segnata, sempre alla ricerca disperata di gloria, lontani dal nostro nucleo autentico.  Ridateci il dono del silenzio, sembra dire Saverio. Permetteteci di rimpicciolirci, fino a infiltrarci nelle invisibili fessure dell’esistenza. Di evaporare nell’essenza stessa della trasparenza. Questo grido non è altro che il ruggito soffocato di un mondo ingurgitato dall’ossessione dell’uomo per sé stesso: un atto d’accusa contro l’idolatria dell’antropocentrismo.  Recuperare il silenzio significa tornare a un’essenza arcaica e autentica, quella che i pensatori profondi – come Eugenio Borgna che manda una lettera all’autore– dipingono come un bene sacro, l’eleganza del nulla pieno di ogni cosa. Il silenzio è divino perché ci costringe ad ascoltare l’invisibile. È la fonte primordiale della contemplazione che non erige altari al proprio riflesso, ma li abbatte. È Narciso che smette di affogare nel pozzo del proprio ego, per dissolversi invece nell’acqua viva dell’altro. Ed è il Cristo, figura suprema e radicale, che rinuncia all’io per fare spazio a un sé che vibra nelle vene della collettività, illuminato dal peso universale di un amore più vasto. Le ultime poesie tracciano un cammino spoglio ma fondamentale: il deserto come metafora della solitudine cruda dell’essere, dove l’oro e il fango si fondono in un abbraccio di contrasti laceranti. Il punto finale è una rivelazione, un salto oltre i confini conosciuti: abbandona il limite delle tue paure, supera la tua sponda. Narciso non si consuma nello specchio, ma rinasce piegandosi alla terra, mutandosi in fiore. Ogni petalo è una cicatrice che si è trasformata in bellezza, una rinascita silenziosa che appartiene a ciascuno di noi. «Ogni fiore è frutto/ di una resurrezione».

Maria Allo

*

Una lettera di Eugenio Borgna inviata all’autore

28 agosto 2023, 10:33

Gentile Saverio Bafaro, grazie della sua mail, grazie delle sue poesie che mi ha mandato e che ho letto con stupore del cuore. Sono poesie che si intrecciano le une alle altre, riepilogando le esperienze fondamentali della vita, come il silenzio, di cui dice cose molto belle, e come quelle che riguardano i grandi temi della vita interiore che in lei è indicibilmente vasta, e che mi hanno fatto leggere le sue poesie con sincera emozione e con i miei complimenti stupefatto.

Mille auguri e un cordiale saluto.
Eugenio Borgna

Gyula Benczúr, Narcissus, 1881


*

da: Osicran o dell’Antinarciso, il Convivio Editore 2024

Addio, immagine pulviscolare!
Bentrovate ossa desiderose di abitare
un luogo, un tempio, un pavimento
di incontrare volti gonfi e mani calde
nel toccare ancora questo costato risorto

*

Quante vite albergano in me
alcune sono naufragate
scivolando al largo, disperse
e rubate dalla corrente
ad altre tendo il braccio
per farle salire a bordo
mentre procede il viaggio
verso cieli nuovi e nubi
compagne di vele issate

*

Trasfigurazione del nome

Sette lettere compongono
il nome scandito del neonato,
il nome moltiplicato del fanciullo,
il nome trasfigurato del giovinetto
trovatosi nel bosco ad affrontare
l’incontro con una donna-albero…
Nell’eco da Lei profusa
la dispersione e il ritrovamento,
una sequenza di segni tornati
ad aderire alla carne
come una seconda pelle
a riflettere la ferita luminosa
inferta all’orecchio del mondo

*

Unheimlich

Un cerchio completo
disegna questa parola
da sé al suo contrario
e insinua il sospetto
di poter valere
per ogni idea
proprio come
tutto è in tutto.
Cosa provi ora,
Principe del Mondo
a notare l’impossibilità
di guardarti la schiena?
Qualsiasi prospettiva
vorrai pur scegliere
per vedere, cogliere
e ancor più raggiungere
sarà soltanto una.
Nella sera densa
di ammonimenti
rannicchiato come un feto
ti confessi quanto ti preme
per sopravvivere
non amare il nemico
non odiare l’amico
maledire il sangue
negare la tua ombra

*

Tagliare il filo come il fiato
a un’altitudine più elevata
cambiare natura all’improvviso
convocando una musica ignota
per sentire più forte il rito
di entrare e uscire dalla vita

*

Torni un silenzio
cerchio completo
chiuso e distante
dai rumori del mondo;
torni una calma
vittoriosa sugli istinti
privi di memoria;
torni un pianto
sacrale e fiero
che si riconosca
d’ora e per sempre
una rivelazione

*

Si faccia pure
deserto più totale
rimangano di fronte
Dio ed Io
a scambiarsi ori e fango
con tutte le pene
e con tutte le gioie
avendo già superato
molte vite
nella fusione assoluta
nel bacio innominato

*

Fanciullo redivivo
svelaci infine
dopo millenni
cosa c’era nel Vuoto
da sempre temuto
nella metà disadorna
del tuo letto

*

Vai oltre la riva
con passo calmo
rallenta il respiro
snoda la barca
attraversa il fiume
e sentiti pieno
di tante parti
come tanti semi
davanti al Giardino
per essere pronto
alla grande visione:
«Ogni fiore è frutto
di una resurrezione»

*

Saverio Bafaro (Cosenza 1982) è psicologo, psicoterapeuta, poeta e critico letterario. Presso La Sapienza Università di Roma diventa dottore in Psicologia dello Sviluppo, dell’Educazione e del Benessere, e si specializza in psicoterapia Gestalt-analitica individuale e di gruppo. Ha pubblicato: Poesie alla madre (Rubbettino 2007), Eros corale (e-book sul sito www.larecherche.it 2011), Poesie del terrore (La Vita Felice 2014). Sue opere sono apparse all’interno di antologie come Quadernario-Calabria (LietoColle 2017), rubriche come Lo Specchio di «La Stampa» di Maurizio Cucchi, riviste letterarie come «Fermenti» o «Poeti e Poesia» di Elio Pecora, blog come La Poesia e lo Spirito, poesia2punto0, Poetarum Silva, Carteggi letterari. Alcune sue poesie sono state tradotte nel «Journal of Italian Translation» (Bonaffini 2021, vol. XVI, n. 2). Già redattore della rivista «Capoverso» – per cui ha curato il numero monografico Omaggio a Pavese (Orizzonti Meridionali 2019), fonda nel 2022 il semestrale cartaceo di poesia «Metaphorica», per Edizioni Efesto. Di recente ha curato la silloge postuma di Carlo Cipparrone Crocevia del futuro (L’arcolaio 2021) e, con Massimo D’Arcangelo, la traduzione di Stickeen: Storia di un cane di John Muir (La Vita Felice 2022).