peQuod 2025
Postfazione di Franca Alaimo
C’è una parte più alta dell’anima,
che sta elevata al di sopra del tempo,
e che non sa niente del tempo e del corpo
Meister Eckhart1
Un estremo sforzo di attenzione
mi permise di uscire da questa misera carne,
di lasciarla soffrire da sola, rintanata nel suo angolo,
e di trovare una gioia pura e perfetta
nella bellezza inaudita del canto e delle parole
Simone Weil2
In questo sta la vera maledizione
che pesa sulla terra:
non che essa deve portare spine e cardi,
ma che nasconde il volto di Dio,
che nemmeno i solchi più profondi
della terra ci rivelano il Dio nascosto.
Dietrich Bonhoeffer3
Chi lotta con i mostri
deve guardarsi di non diventare,
così facendo, un mostro.
E se tu scruterai a lungo in un abisso,
anche l’abisso scruterà dentro di te.
Friedrich Nietzsche4
Silvia Rosa, con L’ombra dell’infanzia (PeQuod 2025, collana Rive, postfazione di Franca Alaimo), tratta un tema dolorosissimo, che Alaimo in postfazione non esita a inquadrare con estrema esattezza: “la narrazione di una vicenda di abusi infantili che, attraverso la reiterazione ossessionante di circostanze e dettagli, sembra simulare non solo il protrarsi delle conseguenze in quell’ormai lontana stagione della vita, ma il suo incessante riverberarsi nel tempo, quasi che passato e presente siano separati da un labilissimo confine da ristabilire faticosamente volta per volta”.
La poetessa costruisce un poema della sopravvivenza che evolve in elegia corale. L’opera non si limita a testimoniare un abuso: lo converte in un tessuto lirico di forte valenza mitica, che piange l’assenza di Dio provocando una contraddizione in sé teofanica: laddove il male cede all’evidenza della grandiosità del cuore umano come dimora di rinascita cristica, seppure involontaria. Gli eventi sono restituiti nell’avvenente intensità di figurazione e versificazione, volti a esperienza universale di crollo e rigenerazione: come ogni frutto che si leva dal patire, le parole di Rosa sono asperse e ammantate da una luce inviolabile. Racconto che si fa documento, e infine diviene riscrittura simbolica di un’infanzia desecrata: dove il dolore dell’innocente è un elemento di riflessione ustorio, faticosamente catartico: impietoso scavo nello strazio del male.
Dio compare come “dio dei bambini rotti”: assente, indifferente, e tuttavia giudicante, persecutorio. Strugge lo sguardo infantile rivolto alle plurime presenze misericordiose umane o divine che, invocate, non rispondono; mentre le figure di fiaba l’Orco, il Mostro, la Bestia, il lupo nero, la Regina delle Nevi sono maschere di un male dato, ricevuto, ignorato; e a un tempo archetipi per nominare l’inenarrabile. L’ombra dell’infanzia si rivela, nel corso del testo, un lavoro iniziatico: pronunciare il buio, sostarvi senza soccombere, tentare il varco trasformativo.
Secondo Léon Bloy “Soffrire passa, aver sofferto non passa”5: la colonna vertebrale del libro è tesa tra la gelida desertificazione dell’odio e la custodia, in sé, di una scintilla vitale. Nel punto più intimo del proprio esistere, la creatura oltraggiata riesce a conservare un punto di tepore vivo: «tu proteggi lo stesso quella fiamma che ti stride nel petto e ti scalda e ti salva dall’essere una grezza statuina di sale e vendetta». Evidente l’eco agostiniana: la scintilla animae che resiste al male: nucleo inestinguibile, presidio tenace di umana dignità.
La poesia si misura qui con voragini odiose, con orrori incolmabili, e non si arresta: nel gesto del canto, ciò che appare pura rovina si apre al senso e alla luce: “verbo della resistenza” che non reitera l’offesa, e nella pena pratica decoro e misura.
La bimba, al cospetto del sopruso, rimane salda nel liliale diniego, ed è così riesce a “salvare una lamella di sé stessa”. Il Decalogo di sopravvivenza prosegue in questa direzione: rovescia le zaffiree tavole della legge in minime strategie di conservazione, centrate sulla vita nuda: contare, immaginare, mentire all’occorrenza; costruire rituali, disegnare, segretamente scrivere; conservare intatta la verità fino alla circostanza in cui potrà venire alla luce, con le giuste parole : «Arriverà un cielo turchino a illuminarla di zecca, arriverà un tempo senza ombra».
Un’epoca ulteriore, un’apertura: non garantita dalla fede, fondata nell’immanenza: sulla radicalità ostinata della speranza. Dal trauma si risorge, se pur danneggiati, damaged for life6; ma vivi, e non soli: l’io lirico si dissolve in una identità corale:
Damaged for life, circondate dagli abissi
l’ennesimo fardello da portare, la lettera
scarlatta che ci ha segnate, indelebile, noi
le senzacolpa. Tuttavia, sorelle, è ora di non
lasciarsi definire più, né cedere alla tentazione
di credersi per sempre annichilite in un pozzo
d’acqua torva. Abbiamo cresciuto antenne
e ali turchesi e conosciamo il segreto luogo
del biancospino e dei laghi acquamarina
immacolati. Sappiamo sopravvivere nella
durezza d’ossidiana delle iridi e nell’ululato
del vento. Siamo le reliquie delle bambine
sante cadute in un baleno tra le erbacce alte,
e a ogni fioritura ricordiamo, certo, quel che è
perso, ma anche quel che siamo diventate.
La sorellanza arruola moralmente una comunità di sopravvissute che conoscono la reciproca compassione come potenza agente: l’identità che non si esaurisce nel trauma è un annuncio comunitario di resurrezione possibile. Nella verità che ripudia l’odio, e dice tutto, con le giuste parole.

*
Ma la più cocente vergogna,
il guasto che inceppa e offusca
l’ascesa dell’odio, è quel grappolino
di bene un po’ spoglio, che pure
ti si attorciglia alle costole.
Bambina solissima, scricciolo della
foresta più fonda, sei un cagnetto
che abbassa la testa, saresti capace
d’amare persino se il Buio in persona
t’avesse svaporato fino a rinsecchirlo
il tuorlo del cuore. Apri le fauci, invece,
cucciolo sperso, mostra il ringhio di
repulsione, quel finto padre appeso
al suo stesso lordume non merita
l’ustione del bene: però tu proteggi
lo stesso quella fiamma che ti stride
nel petto e ti scalda e ti salva dall’essere
una grezza statuina di sale e vendetta.
*
Estranea al mondo, monade
accucciata a latere, la bambina
balbetta un alone di parole che
non vanno da nessuna parte,
appannano solo il vetro che la
separa dagli altri, nell’invisibile
distanza in cui orbita non potendo
rivelarsi. Chi è questa bambina
spigolosa dalla chioma tutta tenebre
e la sottana strappata? È un garofano
cremisi, quintessenza della solitudine,
un bocciolo di fiato al vento, la
fanciulla ammutolita della fiaba
che tesse fili e fili d’ortiche e non può
svelare l’arcano capovolto di cui
si trova ostaggio, per così sfuggire
all’incantesimo e ai suoi nove anni
annodati malamente all’ombelico.
*

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro Di sole voci (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche SoloMinuscolaScrittura e Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2012 e 2014), Tempo di riserva (Ladolfi 2018) e Tutta la terra che ci resta (Vydia 2022). Ha curato i volumi antologici: Bestie. Femminile animale, di cui è anche coautrice, e Confine donna: poesie e storie di emigrazione (VAN Editrice 2023 e 2022); Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini fotografiche; Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (La Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke 2013) e la raccolta di racconti Del suo essere un corpo (Montedit 2010). Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in diverse lingue, tra le altre: spagnolo nella silloge Tiempo de reserva (Ediciones en danza, Buenos Aires 2022), romeno nella plaquette Treceri (Editura Cosmopoli, Bucarest 2023) e inglese nell’antologia Look what I did about your silence (El Martillo Press, Los Angeles 2025).
*
Note:
- Meister Eckhart, Sermoni tedeschi, traduzione e cura di Marco Vannini, Adelphi 1985 ↩︎
- Simone Weil, lettera quarta a Padre Joseph-Marie Perrin, denominata L’autobiografia spirituale. Ora in Attesa di Dio, a cura di Maria Concetta Sala, con un saggio di Giancarlo Gaeta, Adelphi 2008 ↩︎
- Dietrich Bonhoeffer, Venga il tuo regno, traduzione di Jolanda Schenk, Queriniana, 1988 ↩︎
- Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, traduzione di Ferruccio Masini, Adelphi, 1977 (aforisma 146; 2007) ↩︎
- Léon Bloy, Méditation d’un solitaire, La Part Commune 2010 ↩︎
- Citazione, come riportato dall’autrice, da: Neige Sinno, Triste tigre, Neri Pozza 2023 ↩︎

