Interno Poesia Editore 2024
Prefazione di Claudio Damiani
Scrittura di latenza e custodia, Il minimo comune viaggiatore di Vincenzo Mascolo (Interno Poesia 2024, prefazione di Claudio Damiani), è un’opera complessa, in cui la tensione celeste, come desiderio di senso fondante, è in dialettica con un continuo nomadismo topografico, di transito esistenziale: Milano, Venezia, Lisbona, Praga, Parigi, Barcellona, Londra, Nizza, Marsiglia, Buenos Aires sono, di volta in volta, luoghi a vocazione sincronica ed epifanica, spazio d’intesa con l’invisibile.
Gli evanescenti profili evocati – Buzzati, Pessoa, Kafka, Gaudí, Rousseau, Eliot, Rimbaud – non sono erudite citazioni, ma alterità affioranti di un dialogo ininterrotto, in cui l’eco letteraria si fa incontro, reso fausto da un misurato lirismo: l’irriducibile persistenza dell’essere è nella bellezza del dire, nel tessuto vivo dell’umana relazione.
La prima sezione, Il cielo e le città, traccia una geografia dell’interiorità che rifrange il mondo visibile in una costellazione di assenze, attese, silenzi e interrogazioni sul divino. Lo slancio metafisico è bilanciato da un’erranza sfiorante, contemplativa, che rivela presenze care al poeta, d’impronta oracolare. Con l’eco di Calvino come struttura portante, nelle città invisibili di Mascolo ogni approdo è cimento antropologico, in cui l’io poetico cerca un rimedio al proprio smarrimento nella mnèsi culturale collettiva, o in una presenza animica di conforto.
Nella seconda sezione, Smisurata ragnatela, l’assetto è tra scienza e metafisica, quasi nella cosmogonia: il treno allegorizza l’identità girovaga del poeta, che fende e valica paesaggi geografici e orizzonti simbolici: da Dante a Shakespeare, da Eschilo ai Pink Floyd. La visione del reale si dipana e ramifica in distanti paradigmi, il tessuto ontologico diviene una “ragnatela” dove il verso è particella di un atto alchemico: “procedimento amoroso”, “ascolto innamorato, interiorizzato” che va “verso il sé”, con un “percorso conoscitivo di purificazione e ascesi, di ‘comprensione’ che fa pensare all’alchimia” (Damiani).
In un connubio febbrile tra micro e macrocosmo, tra soggettività e rete invisibile dell’essere, si delinea una mappa del viaggio minimo in cui la voce lirica evoca le mirabilia della scienza con nomi precisi: particelle, quark, fotoni, entropie, quanti, neutroni, buchi bianchi o neri creano capienze lessicali inarcate tra l’antico ordine cosmico lucreziano e le moderne ottiche quantistiche: il baricentro del reale è nell’energia e nella relazione tra cose vive.
Inattesa è, in questo panorama immanente-naturalistico, l’alleanza al numinoso, alla sacralità dell’essere, laddove Mascolo tenta di restituire alla poesia potenza noetica, come accadeva, in forma nascente, nelle vicende omeriche, e più propriamente nei tragici greci, nelle terzine dantesche: “È tempo ormai che la poesia e la scienza riprendano a parlare con una lingua sola”: utopia splendente di un’umanità in armonia tra intelletto e spirito.
L’anelito a ricomporre il perenne umano dualismo tra facoltà conoscitiva e percettiva, logos e pathos, è ben tematizzato nella figura dell’amico Gigi, neurochirurgo, il secondo sé razionale, col quale il dialogo mima un moderno simposio, un’affettuosa disputa sul senso dell’essere, che si chiude col gesto umanissimo dello stringersi la mano un po’ più forte, condividendo l’inespugnabilità del mistero, convergendo nella resa al silenzio.
La poesia, nella sua tentata trasmutazione della cosa vile in quella aurea, nell’afflato a “unire corpo, anima e mente”, è erede diretta dell’alchimia spirituale, del Corpus Hermeticum, di un sapere anteriore, discesa nel grembo segreto dove respira l’ineffabile in essenza.
“Andare verso l’Uno è il senso di ogni cosa”: ecco Mascolo nella scia dei grandi metafisici — da Plotino a Spinoza, da Cusano a Simone Weil — tutti protesi all’origine indivisa. Nel lavoro del poeta, tuttavia, nessuna imposta dottrina o rivelazione: solo frammenti, onde, fili da percepire, connessioni.
Dall’intuizione di questa smisurata ragnatela si origina, nell’ultima sezione Orphée, una catabasi lirica, una meditazione sull’oltrepassamento del limen: vita e morte, memoria e oblio, mito e realtà sono le multiple polarità di un poema sinfonico suddiviso in quindici movimenti, secondo l’ordine dei brani dell’omonima opera musicale di Jóhann Jóhannsson (2016), già ispirata al film Orphée di Jean Cocteau e alla versione ovidiana del mito di Orfeo ed Euridice. Una palinodia intermediale, che affonda le radici nell’antichità mitica per raccontare la tragedia del soggetto moderno: nel doloroso scarto tra la propria interiorità lirica e la dissoluzione del senso, patire le cacofonie di una smarrita umanità.
Se una resistenza esiste contro l’eclissi del significato, contro la serialità del tempo digitale e la riduzione dell’umano a inane frastuono, ebbene Mascolo la tenta in un rivisitato mito di Orfeo: che è, qui, un sopravvissuto, una figura postumana, cercatore di cose amate e perdute mediante l’esercizio indomito della parola: tra radio che trasmette “di continuo in modulazione di frequenza la stessa canzone” e versi che vanno conficcati “nel cranio tumido del mondo”.
In questo spazio onirico e dolente, il linguaggio è denso, allusivo, volutamente irrisolto tra poesia e prosa; innumerevoli riferimenti colti – da Piero della Francesca a Claudio Lolli, da Le Corbusier a Godot – generano un flusso di coscienza eliotiano, oscillante tra movimento elegiaco e istanza etico-civile, in ideale intesa con le sonorità ambientali, liquide, rituali, di Jóhann Jóhannsson: ovunque implicate, latenti, silenziosamente affioranti.
Nella dislocazione temporale e cognitiva, il reale si frantuma in immagini e segni che giungono “dalla radio”, da film, da fotografie, tutti divenuti reliquie, magneti per il ricordo: la nominazione del Frammento, dell’Inno Orfico, in cui la coesione si dissolve in una successione quasi delirante di voci e memorie, riflettono l’impossibilità di una narrazione lineare dell’esistenza, di un esito certo della fatica di parola: “non so se sia servito / trascorrere il mio tempo a far vibrare le corde della lira / cercando un equilibrio tra il silenzio e l’armonia”.
Nella discesa, sembra dire Mascolo, ciò che conta è il gesto stesso dell’andare, portando in sé questa devozione minore, che è credere ancora nella funzione salvifica e sacrale della poesia: “dimmi, sei sopravvissuta alla tua ombra / come io provo a sopravvivere alla mia / scrivendo versi di continuo / per confondere la morte”.

*
Da: Il minimo comune viaggiatore (Interno Poesia 2024)
IL CIELO E LE CITTÀ
Milano
un amore di Dino Buzzati
Invisibili sono anche le parole d’amore che ti ho dato
disperse nella nebbia del mattino
e così leggere da salire in volo fino al cielo
sfiorando una a una le guglie di Milano
senza fare alcun rumore
senza mai lasciare tracce sul tuo cuore.
*
Marsiglia
il battello di Arthur Rimbaud
Io Arthur Rimbaud,
nella piena facoltà della parola,
quella parola che può creare suono e forma
e di ogni cosa nominare l’esistenza,
Io Arthur Rimbaud
affido a voi per una volta ancora
la mia essenza, lo spirito
che soffia nei miei fogli, vi affido il fango
la paura, i miei squarci di luce
la veggenza.
Io Arthur Rimbaud
adesso dalla prua del mio battello
guardo calare il vento e la marea
aprirsi per offrirmi i suoi fondali.
Tutto è dissolto ora.
Tutto è quiete, sogno.
Sono io quel mare, io sono il vento
che rigonfia le vele del battello.
Non era il Nulla che cercavo
ma il chiarore infinito del silenzio.
*
Quando lo chiamo forte, Amore viene
e veste in fretta tutte le mie ore
spalanca le finestre in ogni stanza
– le imposte sono braccia aperte al sole –
trasforma la mia casa in un giardino
per me raccoglie fiori, ride, danza.
Quando lo chiamo forte, Amore viene
adagia la sua musica nell’aria
ricopre le mie spalle come un manto
così io dal balcone verso oriente
con l’anima dischiusa al nuovo giorno
intono per Amore un altro canto.
*
Amo il rarefarsi della notte
e il risvegliarsi muto degli eventi,
amo il suono impercettibile del cosmo,
il separarsi occulto delle cose
in atomi e molecole, frammenti
della materia che si ricompone,
sostanza indivisibile del tempo.
Cosi,
di particelle infinitesime d’inchiostro
amo il turbinare che trasforma
la dura concrezione del silenzio
in altro spazio, in una nuova
forma, pulviscolo di corpi luminosi
che passano attraversano i sentieri
delle città, i reticoli del tempo,
chiarore ineludibile del giorno,
sostanza incorruttibile,
poesia.
*
SMISURATA RAGNATELA
Da viaggiatore minimo quale sono e fui
– dico del dato sensibile soltanto
perché insensibilmente io vado
avanti e indietro per il mondo –
percorro sempre in treno brevi tratte
mutandomi dal luogo che più eterno
non sembra che ci sia nel sublunare,
del quale come è noto né l’inferno
né il purgatorio e il paradiso fanno parte
e se qualcuno poi pensa il contrario
è solo perché in ogni verso e canto
così grande e sublime è la Commedia
che può dirsi la sua arte reale.
Ma il treno è per me anche un’idea,
il viaggio che non smetto di sognare
– noi, l’ho letto detto e fatto mio,
non siamo che dei sogni raggrumati
materia germogliata da energia
di sogni da sognare già sognati –
pensiero dell’andare senza dove
scorrendo su binari e ferrovie
in un fluire lungo ininterrotto
di immagini visioni fantasie
che varcano i confini di quel treno
e irrompono nell’aria sorvolando
fondali di paesaggi senza nome
montagne nebbie campi a girasole
(portane uno, gioia mia, smuovi le zolle
trapiantalo tra i rovi del mio cuore)
e fiumi, ponti, valli, gallerie
lame di luce dal grigio che la sera
addensa sui declivi collinari
le ore rugginose delle attese
impresse sui sedili di stazioni
(tt- tt tt- tt tt- tt)
i giorni i mesi gli anni le stagioni
che sfilano sui vetri del mio viaggio
mutando insieme scene spazio
(tt tt tt)
tempo
(e penso nel mio andare all’universo
come a un’immensa smisurata ragnatela
a un reticolo invisibile di fili
che lega tutto a sé
e il Tutto lega
lo sbattere delle ali di farfalla
in fuga dalle insidie della tela
la luminescenza più lontana
di quasar di galassie e supernovae
neutroni quark quanti fotoni
i buchi bianchi più di quelli neri
atomi cellule e molecole
di questi versi che si fanno carne
materia che ricrea altra materia
parola che trasforma l’energia)
And if your head explodes
with dark forbodings too
I’ll see you on the dark side of the moon.
Pink Floyd, da The Dark Side of the Moon, Pink Floyd
Music/BBC/Tom Stopp
*
ORPHÉE
Una Canzone Per Europa
A Song For Europa
stretto nella morsa della poesia
i polsi logorati dalle corde della lira
affido alla memoria
la materia mutevole del canto
è notte in ogni istante della notte
insieme al rombo degli aerei
arrivano da Europa
segnali lontanissimi
frammenti di voci
da un’ignota frequenza della radio
écoutes
il silenzio va piu rapido a ritroso
deux fois
il silenzio va più rapido del sogno
*
Un Patto Con Chaos
A Deal With Chaos
al suono delle corde
ben temperate della lira
canto da secoli
le storie del principio
il Caos
l’Eterno
il Nulla
la Creazione
la nascita di Gea
che sposa Urano
l’espansione
nello spazio temporale
la Nuda Veritas
stringe uno specchio
nella mano
per me solo la musica
il canto
la visione
*
Frammento I
Fragment I
la musica di un organo
risale
alla sommità
del cammino
attraversiamo la radura
più volte
ci bagniamo
nello stesso fiume
prima di inoltrarci nel bosco
di nuovo
quella voce dalla radio
attenzione
è racchiusa in un vaso
la luce del mondo
*

Vincenzo Mascolo è nato a Salerno nel 1959 e vive a Roma. Ha pubblicato Il pensiero originale che ho commesso (Edizioni Angolo Manzoni, 2004), Scovando l’uovo (appunti di bioetica) (LietoColle, 2009) e Q. e l’allodola (Mursia, 2018). Ha curato alcune antologie poetiche, tra cui, insieme a Giampiero Neri, Quadernario –venticinque poeti d’oggi (LietoColle, 2012) e, per un progetto benefico della Fondazione Sanità e Ricerca, Il Piccolo dizionario della cura (Mursia, 2019). Dal 2006 è il direttore artistico di «Ritratti di poesia», manifestazione di poesia internazionale promossa da Fondazione Roma.

