Amos Edizioni 2025
collana Unica, diretta da Arnaldo Colasanti
con quattordici disegni di Elvio Chiricozzi
“Non opporsi ai cambiamenti, ma impregnarli di eterno”, suggeriva Gustave Thibon1, meditando sul fatto che “l’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che ‘vanità e soffiar di vento’, risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto”2.
Sembra questa eternità ritrovata il nucleo generativo della più recente opera poetica di Nicola Bultrini (Figurae 2004-2024, Amos Edizioni 2025, collana Unica, diretta da Arnaldo Colasanti, con quattordici disegni di Elvio Chiricozzi tratti dalla serie Ritroverai le nubi3), antologia che raccoglie circa vent’anni di lavoro in versi. Un aprirsi, editorialmente parlando, lontano dal gesto di bilancio o di ordinamento retrospettivo: la disposizione dei testi – come lo stesso autore precisa – non è cronologica: restituisce piuttosto una continuità, la fedeltà a un modo di stare nel linguaggio e nel tempo: dove la scrittura, figlia dell’anima, sceglie di definire via via sé stessa per sedimentazioni lente, che conducono a pienezza intera, nella durata. I componimenti provengono da uno stesso luogo etico ed espressivo, riconoscibile, eppure mai cristallizzato, dove nuovi accenti emotivi, sensoriali ed ermeneutici riaccendono il reale in modo fecondo a sempre nuova vividezza.

Di fatto, il tratto più immediatamente percepibile è il tono complessivo della voce, improntato a una benevolenza vigile e non ideologica. In un panorama contemporaneo spesso segnato da istanze rivendicative, qui la parola sceglie una diversa economia d’affetti. La sofferenza e le asprezze del vivere, ben riconosciute – in specie nei momenti dati al secolo, dove attriti e conflitti impregnano la realtà lavorativa quotidiana – non diventano fondamento identitario né capitale simbolico. “Pur non essendo un cristo/ vivo il dolore/ bestemmiando in conto terzi”: in questi versi la tribolazione è sottratta a ogni sacralizzazione e ricondotta alla sua dimensione umana, imperfetta, condivisa. Anche la stanchezza, quando affiora – “la stanchezza sale al petto, strofina/ le tempie, si fa impetuosa e soffia” – non genera rancore, ma s’inscrive in una salda, tenera accoglienza: “Io vivrei all’infinito, in questa dimora./ Ascolto l’amore della famiglia,/ di chi verrà. Io vivrei anche/ sognando in questa, e ogni altra ora”.
Questa disposizione intensamente mite non coincide con un abbassamento della tensione conoscitiva: al contrario nasce dal sapere la fragilità come dimensione primaria comune. Il poeta dichiara con nettezza: “Io non sono padrone di nulla”, precisando subito dopo “neppure delle mie angosce”. In questa affermazione di non possesso si condensa una delle linee portanti del libro: lo sguardo compassionevole come pratica ostinata, esercitata verso l’altro e verso sé stessi, senza gerarchie; fino a riconoscere che “governare lo spazio/ è un’illusione”, mentre “lasciarsi lavorare/ dal tempo, madre mia,/ semplicemente esistere/ è un evento sublime”. L’assetto che ne deriva, privo di riverberi edificanti, è radicalmente onesto: celebra la misura, la disponibilità attentiva, l’esposizione al reale nella sua inattingibilità e impermanenza.

Sul piano stilistico, questo si riflette in una sobrietà lessicale rigorosa, priva di marcature eccentriche: un corpo lirico che non ricorre ad alcuna singolarità ostentata o filtro artificiale tra l’esperienza e la sua nominazione. Pure, il peso semantico non s’appiattisce, e la densità simbolica affiora da un attrito minimo, spesso raffinatissimo, tra termini ordinari: “l’aria infiammata nel gelo del mattino”.
Bultrini rifugge il facile effetto e i metaforismi eccessivi, in favore di una precisione percettiva miniata, patente scaturigine di un’umiltà creaturale nativa e pervia, che permette al dato sensibile di emergere libero da sovradeterminazioni. In totale consonanza con questo, s’avvertono improvvisi scarti di prospettiva, slittamenti che modificano l’angolo visuale e il centro dell’enunciazione: “Come tutto sembra diverso da qui”, si legge, e quel “qui” resta scorrevole, cangiante, mai definitivamente localizzabile.
In questa instabilità controllata del soggetto lirico, se l’io è presente, raramente assume il ruolo di centro ordinatore del discorso. Frequenti sono gli slittamenti verso il “tu”, il “noi”, o verso forme impersonali, che producono una decentratura dell’enunciazione. In testi come “Parlate pure, io sono sveglio” o “Scrivo da lontano, debole, ma sto bene”, la voce si colloca lateralmente, lasciando che la realtà si disponga senza essere ricondotta a una sintesi soggettiva. L’io è luogo ricettivo, poroso, rinuncia all’ingombro di sé per diventare spazio di relazione.
Certamente il poeta partecipa al campo fenomenico, ma conserva una giusta distanza da sé stesso e dagli altri. E anche quando sporgono criticità personali – stanchezza, ferite, paura – queste restano temperate da un’attitudine caritatevole universale: il dolore del soggetto non acquista uno statuto distintivo né un peso argomentativo particolare.
La temporalità contribuisce a questo effetto di apertura. Il tempo non si organizza secondo una sequenza narrativa: appare anzi come campo diffuso, segnato da avverbi di durata e di ritorno – adesso, a volte, talvolta, ancora. Gli elementi memoriali (“sarà stato l’inverno dell’ottanta”) restano ondulazioni all’interno di un presente dilatato, come se l’esperienza fosse continuamente riportata al suo accadere immediato.
Anche la sintassi, prevalentemente piana, costruisce un discorso prossimo alla neutralità, intesa come equanime osservazione e registrazione; d’altro lato, questa linearità o planarità di superficie è continuamente incrinata da scarti di fuoco enunciativo, da interrogazioni che sospendono il senso invece di chiuderlo: “Quando chiamate la vita per nome/ mentre le vespertine vele entrano in porto/ […] il mare che prende i colori dell’ombra/ e la stanchezza sembra una preghiera,/ esattamente, a cosa state lavorando?”. La domanda, apparente punto d’arresto o di distacco dal soave lirismo che precede, è in realtà un luogo di esitazione conoscitiva. In questo modo il testo, proprio grazie a queste sincopi, elude l’univocità e mantiene una mobilità interna che scansa la fissazione del significato.
Sul piano metrico, è evidente una sapienza formale pienamente interiorizzata. Rime e assonanze si inseriscono nel flusso del verso con naturalezza, senza mai farsi percepire come ornamento. Nei sonetti, la forma classica raggiunge una compostezza irreprensibile, che non ha nulla di archeologico: la gabbia metrica è esercizio di misura, privo di troppa nostalgia, che condensa intensità. Testi come Chissà come parlerei da vecchio o Il mare è un’ombra cupa all’orizzonte mostrano una padronanza strutturale che accende il pensiero con chiarezza e tenuta, innervandolo di una ritmica novecentesca radiosamente restituita in chiave contemporanea.

La presenza, nel volume, dei disegni dell’artista Elvio Chiricozzi – nuvole, scorci di cielo, talvolta attraversati da fulmini – rafforzano la coerenza del progetto: immagini che, dei testi, condividono la matrice di progressiva stratificazione sino a perfezione immaginativa: profili della transitorietà, della luce che muta, dell’evento che accade, fondante e infinitesimo, immane e silenzioso. Il cielo, nel suo mutevole incanto, diventa icona di una realtà iridata e fuggente, che si offre solo per apparizioni; come la vita tutta, nelle sue particelle più accese e significanti: “Guarda i bambini sulla spiaggia, / come somigliano alle nuvole da qui”: l’accostamento, non decorativo, dichiara invece un’essenza, con pregevole grazia. E il fulmine, comparsa subitanea, è rivelazione dell’istante, che trafigge e scompare, come l’intuizione lirica, che non promette rigida stabilità dell’assunto; così il manto celeste, come ogni lirica melodia, avvolge e accompagna senza garantire alcuna salvezza o catastrofe: è spazio esposto, mobile, condiviso, dove l’osservatore può darsi, astenendosi dall’afferrare, e dismettendo, al cospetto della pura emergenza estetica, ogni attitudine controllante e predatoria.

Voce di consolidata presenza e statura nella poesia contemporanea, Bultrini con questo lavoro elettivo ribadisce un’adesione, una coerenza animica priva di eccessi o posture, una scrittura che evoca movimento calibrato, governato con saggezza d’invelatura e di venti, a fendere i flutti della durata: quella pacatezza di chi conosce il continuo rovesciarsi della verità secondo i colpi d’ala dello spirito.
Con Figurae siamo al cospetto di una poesia di cautela e sospensione, di esperienza non ridotta a sistema: per nulla assertiva o sapienziale, la sua forza risiede nella lealtà al gesto dell’osservare da luoghi spogli, deliberatamente vulnerabili. La parola poetica non s’ammanta di verità, bensì permane fragile e lieve, autentica, come ogni frammento di vita vissuta: “qualcosa rimane sottopelle / come un umore”. Ciò che è vero persiste: pur sottile, senza clamore, s’inscrive nella continuità dell’esistere, incessantemente.
*
da: Figurae (2004-2024), Amos Edizioni 2025
Chissà come parlerei da vecchio
con gli occhi semichiusi e forse stanchi
guardandosi di lato nello specchio,
i deboli capelli, radi e bianchi.
Chi sa che tono avrebbe la mia voce
se io potessi vecchio tornare ad oggi,
che il tempo mi concede questa luce
che lieve si va posando ai poggi.
Chissà se avrò memoria sufficiente
per fare un passo indietro come insegna
chi vuole andare avanti nella storia.
Oppure nella nebbia vedrò niente
e farò come quello che disegna
per sé soltanto, senza alcuna gloria.
*
Si fa talvolta un’assenza di pensiero.
Girare intorno senza parole, si fa
l’ascolto ultima risorsa nell’umida
sera. Un vuoto in cerchio tra i caseggiati,
vociare di resa e gracidar di rane.
L’inutile ressa degli affari. Eppure
uomini, incontri soli che salutano,
mostrando il volto di tre quarti,
come un atlante sfogliato appena.
Buongiorno cari, dovresti dire,
invece assente studi lo scritto,
il detto incomprensibile. La voce
che non vive talvolta,
assente nel pensiero.
*
Scrivo da lontano, debole, ma sto bene.
E voi, di voi che dite? Avrei tanto
da riferire.
Gli stranieri di là dal fiume hanno
una lingua tagliente che non capisco.
Ma come l’amore l’odio è un percorso
di piccoli passi,
si nutre di sospiri.
Perché dunque proteggerli
se ci fanno paura?
Perché curare i fantasmi,
se basta l’alba
a farli svanire?
È una fragilità che mi corrode.
Perciò tenete voi la gran letteratura
e tutta l’arte.
A me lasciate solo la speranza.
Andate a dormire
che io rimango qui in silenzio
e chiedo perdono a tutti
altro non avendo.
*
La terra che esploriamo
non ci appartiene
possiamo anche dimenticarla
se capita.
La abitano migliaia di viventi
che neppure conosciamo.
Però possiamo camminare
poggiare i piedi
sulle piazze maestose
se piove ci bagniamo come l’erba dei prati
piegandoci
e poi ci alziamo, finito il temporale.
Allora qualcosa rimane sottopelle
come un umore.
Possiamo quindi osservare e ascoltare
vivere silenziosi
molecole nell’aria che popolano il mondo
non sapendo.
*
L’aroma fortissimo della pineta,
l’umidità dell’aria sulle spalle,
la corsa nelle braccia, il vento sulla fronte.
Lo sciabordìo dell’onda sulla rena,
mentre comincia a finir l’estate.
La gente guarda, osserva e riconosce.
Così il matto del paese, gesticola
strillando al lungomare.
Vuoi che non sapesse di me, di te,
di questi drappi bianchi al sole.
Credo nulla governi il caso.
Guarda i bambini sulla spiaggia,
come somigliano alle nuvole da qui.
*
Quando chiamate la vita per nome
mentre le vespertine vele entrano in porto
alcuni passolento lasciano un fiato
mani alla schiena e le donne guardano
il mare che prende i colori dell’ombra
e la stanchezza sembra una preghiera,
esattamente, a cosa state lavorando?
*
Poi, quando siamo tornati
il viaggio era più bello
averlo fatto, poterlo raccontare
come sospeso.
Più di tutto bello camminare
tra i vicoli di sera, lungo i monti
la passeggiata berbera,
leggeri nelle foto, inconsapevoli.
La felicità si dice non conosci
quando la indossi ma dopo
si fa riflesso eterno.
*
Tutte le cose che non ho saputo
per noncuranza o indifferenza vivere
a volte immagino d’aver sognato
intensamente da potervi credere.
Ma il tempo cresce dentro come canto
e forma un vortice di voci
come un armonico rimpianto
che aleggia come vento sulle luci.
La notte s’avvicina lentamente
e coglie impreparate le mie stanze
che l’ombra fa cupe e silenziose.
Eppure, mi accarezza nella mente
l’idea che il mondo ha le sue danze
al buio degli occhi e delle cose.
*
Io non sono padrone di nulla.
Neppure delle mie angosce, che vanno,
vengono e si risvegliano per un dettaglio,
forse insignificante. Affondo nelle paure.
La paura d’aver paura, che mi attanaglia
l’anima e la gonfia di rimpianto.
Davvero l’amore, solo l’amore ?
Le cose a me più care, il sangue
del sangue, la carne condivisa.
La disperata consapevolezza dell’amore
mi salva dunque e mi risplende,
anche di notte, in solitudine, immensamente.
I bambini dormendo respirano l’affetto
più puro, riempiono l’aria e io respiro.
E in questa casa di quiete è il mio
dominio assoluto. Per un attimo,
un sospiro soltanto, d’altri più lungo.
*
Lo vedi com’è calma questa sera
cui t’abbandoni dolcemente stanca
nell’ora di una tarda primavera
all’ombra della luna a tratti bianca.
Mentre ti culla una tenue nostalgia
di tempi radi e mai dimenticati
che raccogli per fare una mania
come fossero giorni trasognati.
Non viene ancora il tempo di dormire
ché la memoria non è mai abbastanza
quando il passato al buio s’avvicina.
Allora tanto vale spensierare
nell’angolo più quieto della stanza
sapendo che fra poco è già mattina.

Nicola Bultrini (Civitanova Marche 1965) vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Occidente della sera (nell’VIII Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea, Marcos y Marcos 2004), I fatti salienti (Nordpress 2007), La coda dell’occhio (Marietti 2011), La specie dominante (Aragno 2014), La forma di tutti (CapireEdizioni 2019), 64 Sonetti (Fuorilinea 2021), Vetro (Interno Poesia 2022).
È presente nelle antologie: Quadernario blu (Lietocolle 2012), Sulla scia dei piovaschi – poeti italiani tra due millenni (Archinto 2015), Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea (Raffaelli 2016), Braci, poesia italiana contemporanea (Bompiani 2021).
È autore di alcuni saggi, tra cui (con Lucio Fabi) Pianto di pietra – la grande guerra di Giuseppe Ungaretti (Iacobelli Editore 2018); Con Dante in esilio – la poesia e l’arte nei luoghi di prigionia (Ares 2020); L’Adrian. Storia e mito dell’elmetto della grande guerra (CartaCanta 2020).
Con Mauro Cicarè ha pubblicato La grande adunanza (CapireEdizioni 2018), graphic novel ambientata nel mondo della poesia.
Ha pubblicato il romanzo biografico Vita e morte di un poeta, dedicato a Beppe Salvia (Fazi 2025). Scrive per i quotidiani “L’Osservatore Romano” e “Il Tempo”. È musicista e concertista, con particolare predilezione per la musica jazz, ed è attivo come ideatore e promotore di eventi artistico letterari.
- Citato in Marcello Veneziani, Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti. Marsilio 2021 ↩︎
- Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, traduzione di Giovanni Visentin, SEI 1971 ↩︎
- Il titolo Ritroverai le nubi della serie di disegni di Elvio Chiricozzi si riferisce a un verso di Cesare Pavese, che appare nella poesia Anche tu sei collina, originariamente contenuta nella piccola raccolta di nove poesie La terra e la morte. La poesia, datata nei manoscritti autografi 30-31 ottobre 1945, fu pubblicata per la prima volta nel 1947 nella rivista “Le tre Venezie”. Dopo quella prima apparizione in rivista, il gruppo La terra e la morte fu ripubblicato postumo da Einaudi nel 1951 all’interno di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. In seguito quella sezione è stata inclusa in raccolte critiche complete delle poesie pavesiane, per esempio in Poesie edite e inedite a cura di Italo Calvino, Einaudi 1962. ↩︎

