MC Edizioni
collana Gli insetti, a cura di Pasquale Di Palmo
In un celebre frammento, Eraclito attesta che il logos non si concede mai nella sua nudità lineare, ma “pur discordando con sé stesso, è concorde: armonia contrastante, quale quella dell’arco e della lira”. In tale principio di coincidentia oppositorum, Nicola Cusano riconosce la diade bene/male, autentico/spurio: estremi che, pur irriducibili alla coincidenza, instaurano una dialettica necessaria, conferendo a ciascuno valore e disvalore nella tensione con l’altro. Ne scaturisce un equilibrio inquieto, una validazione mobile nella circolazione oscillatoria dei significati, sottraendo la coscienza alla tentazione del dogma e all’accidia spirituale.
Opposte verità, la più recente silloge di Annalisa Rodeghiero (MC Edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale Di Palmo), esplora un territorio di risonanza in cui il reale vibra tra due versanti reciprocamente sostenuti, sollevando il tema della prospettiva e, più radicalmente, della struttura paradossale dell’esperienza umana. Il lavoro di Rodeghiero si dispone a sondare l’ambivalenza dell’esistere, concentrandosi sul vero mentre esso si frange, si contraddice e si ricompone in una messa a fuoco devota alla sua complessità.
Il libro, articolato in tre sezioni – D’estasi e paura, Interludio, Rive di vento – delinea un itinerario di estatica dismisura, di indugio e restituzione: a quell’amabile “sperdimento” a quell’attonito “capovolgimento” che identificano l’essenza stessa del vivere autentico, con le sue doglie e i suoi rinnovati orizzonti.
La voce di Rodeghiero affonda in un registro elevato, plasmata su una sintassi modulata e solenne, disciplinata all’essenziale. Gli esergo dichiarano ascendenze nobili: Cristina Campo, Silvia Bre, Massimo Morasso, Ranieri Teti, Laura Caccia e l’amica Adriana Tasin sono le figure tutelari prescelte; più in generale, l’influsso appartiene a quel filone appartato, spirituale e intimamente speculativo, che si pone a latere delle correnti più frequentate della lirica contemporanea. Si tratta di un codice che elude il rischio dell’enfasi mediante un’assidua vigilanza interiore: di un dire che sorge da margini di tenace vulnerabilità.
Un’ossimorica inquietudine – vita e morte, lotta e tregua, nuovo e antico, smarrimento e visione – permea l’intera raccolta. Nella partitura metrica, per l’alternanza di versi brevi e movimenti distesi, talvolta endecasillabi di sapore novecentesco, emerge una costante modulazione timbrica: l’avanzare segue alvei sonori con ritorni, epifanie, delicate anafore, mentre il tessuto lessicale è attraversato da parole-simbolo che affiorano come veri cardini melodici ed emotivi.
Un elemento di pregio del libro è la continua interrogazione del limite e del vertice, ovvero dell’attimo totale, quell’ora che “non vuole – per un lapsus – morire”: con una scrittura che, come rileva Di Palmo, “cattura attimi che forano il tempo”, con parole che “rimandano al fuoco dell’amore e, al contempo, a quello della scrittura poetica”: l’esistenza avanza su “opposte sponde” ma è tesa a onorare “i pochi momenti sublimi attorno a cui si raccoglie la vita”.
Come scrive l’autrice: “Perché nella bellezza ho conosciuto l’attimo/ che si fa secolo e l’abbraccio diluvio nella grazia/ e per l’uno e l’altro sono nata/ per vie di beatitudine, via dal tempo”.
La poesia di Rodeghiero registra l’esperienza soggettiva che si eleva e s’incrina, restituendo il “fuorimondo degli scorticati” dove la fragilità diventa forma di conoscenza. L’autrice attraversa una zona di trasformazione radicale, facendo dell’oscuro un nuovo avvio: un arduo passaggio, un “capovolgersi di radici” che nella lingua diviene materia luminosa.
Le prose liriche punteggiano la raccolta accentuandone la qualità metamorfica: lo stile, più narrativo, conserva densità semantica, spezza la frase e la concentra in immagine, penetrando il reale senza mai afferrarlo, se non nella sua matrice contraddittoria.
Apprezzabile in Rodeghiero è la capacità di far percepire il respiro cosmico nell’intimo della creatura: la vicenda individuale diventa materia di canto quando si fa eco, vento, tempo, “dove il fiato prende dimora”. Da questa sollecitudine all’aperto il versificare trae forza, e un carattere docile e lieto, privo di dogmatismo: il pensiero ascende pur conservando gravità; la percettività crede e avvalora, ma sempre nella forma interrogativa del credere.
Una parola poetica che preme su sé stessa, che si strugge, ma confida: negli ultimi testi, quando affiora “sul frantume una parola rivelarsi”, emerge il grande esercizio di fedeltà: compiuto verso la vita, l’amore, la bellezza, il mutamento e le sfere più fragili e caparbie dell’essere umano. Tra frontali incandescenze e necessarie perdite, il gesto ripido e inestimabile è raccogliere tutto “in un respiro radiale”, dove gli opposti generano l’esistente.
L’andamento prosodico allegorizza questo passo: Rodeghiero alterna versi ampi e versicoli sincopati, costruendo una dinamica respiratoria che simula vigilanza e premura. L’endecasillabo, dissestato da incisivi enjambements, tiene il filo con la tradizione ma risorge in un contesto ritmico frastagliato, dove inattesi accenti interni e riprese anaforiche delineano un moto ondulatorio simile ai processi di emersione e sommersione del senso.
Il dizionario poetico è aulico e simbolico, con predilezione per parole-cardine che ritornano come elementi vasti ed eterei, in un sistema coerente di diafanìe e ampiezze: “soglia”, “vento”, “radura”, “fiato”, “ombra”. In tale lessico ad alta densità metaforica si inseriscono termini tecnici o caratterizzati – “mitosi”, “quadranti”, “geografie interiori”, “sfasatura” – producendo tensione tra corporeità e astrazione e ampliando la polarità ossimorica dell’opera.
Infine le isotopie dominanti, intrecciate e ricorrenti – la soglia come luogo di transito e metamorfosi, l’interazione osmotica tra corpo cosmico e corpo individuale, gli elementi aurorali a risonante luminosità, come “voce”, “timbro”, “lampo”, “grazia”, “oro” – attraversano il dettato come nuclei lucenti, rivelativi dell’intensità con cui la vita, oscillando fra opposti, si dà per un istante nella propria figura esatta.


*
da: Opposte verità (MC Edizioni 2025)
Trattenuto qualcosa che è nell’alto
nell’ipotesi del possibile ai bordi
del respiro di un giardino smisurato
dove venerare vale più di essere venerati
intravisto un capovolgersi di radici
nella traduzione di un sogno pensato
in grazia di luce nel palmo, la sera assolve.
*
La vita è questo andare incontro al sole
spinti nell’abisso di noi stessi
divino vento vela d’acque smosse
nel silenzio che orienta la visione.
La vita è questo transito
dell’anima nel suo continuo farsi
dentro il rovescio delle cose.
Si dovrà tornare con volti inceneriti.
*
Sentire questo silenzio annunciazione
che perdura, fremito del cosmo
intorno come un gorgogliare d’altura.
Serbarlo per il tempo che arriverà della mancanza
ché mentre si guardavano le cose
come dell’acqua fossimo parte
la morte per altra via soffiava.
*
Per la sfasatura in sorte
di reciproci quadranti a volte
perdura un suono d’inestricabile
nebbia nello sfibrarsi dei fiati
in prove di riordino tenere
a mente la grazia paziente
della meta, l’assoluto splendere.
*
Nella grazia dello stare
Ci si ritrova a cercare nel sonno un’isola di sogno, si torna dove si era stati nei giorni di luce, d’oro il larice sotto la perfetta luna, tutti gli uccelli convocati, parole benedette, bene dette fronte al sole, tutto là era rimasto eguale nella grazia dello stare dove nulla era dato per scontato. Le sentivamo le promesse della terra appena smossa dai germogli. Avessimo saputo trattenerle per stagioni che mai avremmo potuto immaginare così aride, i campi gelati, il tramonto che perdeva il suo fuoco.
*
E dall’argine alle chiuse
sentire l’acqua frantumarsi.
Passando, il tempo mi separava
sempre più dal mondo
poi, come stasera, una campana nell’ora
del silenzio, un firmamento fiorito
all’improvviso, un segno
e la parola che dall’ombra torna.
*
Intravista
in dedali di malinconia una possibilità d’insperata quiete, custodita intatta la nudità del primo sguardo, l’occhio rimodula il fuoco, senza più nominare i giorni si sperde in rintocchi di legno che scricchia dopo lo scroscio, in piaghe di resina resiste per altre stagioni che arriveranno non senza gelo come sa essere la vita, non senza calore.
*
il nostro [in sei minuti] infinito cadere
ADRIANA TASIN
Tutto ciò che era stato
pronunciato se ne andava
via da noi, cenere di stelle e ossa.
Messa a tacere ogni domanda
in questo assoluto comprendere
essere nulla.
*

Annalisa Rodeghiero, nata ad Asiago, vive a Verona. Suoi testi poetici e recensioni sono apparsi in periodici cartacei e in rete, ed è presente in varie antologie. Ha pubblicato le raccolte: Percorrimi tutta (Art & Print 2013); Di spalle al tempo (Venilia Editrice 2015); Versodove (Edizioni Blu di Prussia 2017); Incipit (Ed. Stravagario 2019); A oriente di qualsiasi origine (Arcipelago Itaca 2021); Ca zăpada, ca ingerîi – Come la neve, come gli angeli (Editura Cosmopoli Bucurest 2023) Ha partecipato a varie rassegne di poesia. La sua poesia, tradotta in lingua spagnola e romena, ha ottenuto numerosi riconoscimenti in importanti premi letterari.

