CartaCanta Edizioni 2025
collana I Passatori, diretta da Davide Rondoni
con un invito alla lettura di Giuseppe Conte
Con L’arpa nera (Capire Edizioni 2025, collana I Passatori, diretta da Davide Rondoni) Asia Vaudo consegna alla poesia contemporanea un’opera giovanile sorprendente. Nei suoi versi si osserva una dimensione esperienziale forte, espressa mediante un simbolismo toccante: mai anemico, né prono a sterili astrazioni, ma pervaso da un lessico vivido, sorgivo, di gradevolissima pienezza.
Un tratto rilevante nella scrittura di Vaudo è la mobilità interna del verso: scarti repentini, riconfigurazioni formali, intenzionali sfasature restituiscono un dettato interrotto, ricombinato: il corpo del testo, spesso intarsiato di dialoghi o locuzioni vocative di estrema naturalezza, evita costantemente ogni monotonia prosodica o assertiva.
L’incipit della raccolta mostra subito questa dinamica: “Non sei ancora vestito/ non sei ancora uomo/ né figlio di nessuno./ Un paio d’occhi/ che io raccolgo come grossi/ chicchi d’uva lucenti – lacrimanti – tu sei/ nasci dal cuscino nella pace” dove, per approssimazioni successive, l’identità dell’altro viene delineata in levare, e nella piena nudità di essere umano.
Un versificare agile, non lineare, animato da intermittenze e torsioni che sembrano voler mimare le feconde instabilità dell’esistere; il cadenzamento è sincopato, talora franto: “Non ti conosco da cent’anni/ – ti conosco prima/ ti conosco forse da centomila/ anni, ti conosco come la pietra/ sa/ del vento e del suo peso/ esatto”. In questa sequenza, per esempio, l’inserzione del monoverbo “sa”, isolato tra due segmenti più densi, frantuma il ritmo e produce una microsospensione che amplia il campo di risonanza semantica, mentre il sigillo finale di “esatto” chiude con irrevocabile nitidezza.
La corporeità in L’arpa nera è un nucleo tematico centrale, certamente, ma è altresì un criterio conoscitivo: la materia è appresa attraverso il contatto, che è taglio, lacerazione, offerta: “Non sono che uno spasmo vivo trasparente/ luce lama che taglia a metà/ le cose del mondo/ sbucciare aprire spolpare/ sono verbi teneri della vita/ ci fanno uomini e donne, i verbi”. Nel campo semantico crudo dello “sbucciare aprire spolpare” affiora la tenerezza di un’ermeneutica amorosa, sacrificale: un’adesione percettiva al reale che passa attraverso la vulnerabilità del corpo.
Anche l’erotismo – che percorre l’intera raccolta – è trattato con una freschezza giovanissima, né pudica né esibita, senza stucchevoli languori. Come nella dichiarazione, sorprendentemente limpida: “mi portano i tuoi baci / sempre nel vero, nel vivo rosa / del mondo”. “Vivo rosa” che è, al netto dall’avvenenza lirica dell’immagine, cromia costitutiva: indica un limen vitale, un ingresso nel vibrare della creatura viva.
Una rara integrità posturale attraversa tutta l’opera, senza afflati moralisti né sterili riduzionismi ma in un equilibrio dialettico che può, nella contraddittoria e parcellizzata esperienza umana, sfiorare l’equivalenza: il verso “Bene e male/ sono uguali per me” manifesta una poetica leale, intimamente tragica, dove la distinzione etica non è negata per futile trasgressione, ma in quanto il vissuto, reso in interezza, percepisce entrambi i poli come simultanei, coestensivi.
Nella poesia È troppo facile morire ritroviamo una simile tensione senza risoluzione: “Morire è troppo facile – dare il tuo bene / è difficile”. Qui la morte è problematizzata non come soglia conclusiva dell’esistenza, ma come troncamento riduttivo rispetto alla complessità della vita. La poesia di Vaudo sembra spesso collocarsi in questo interstizio: ciò che è duro non è il dolore di per sé, ma la tenacia nel compito della propria trasfigurazione a esseri umani più elevati e compassionevoli.
Pregevole la vocazione dell’autrice a integrare, entro una trama lirica ad alta densità affettiva, elementi del quotidiano intrinsecamente concreti e apparentemente antilirici, senza che ciò indebolisca minimamente l’afflato poetico. La poesia Nonna è esemplare: “Portavi i capelli legati in cima/ alla testa e preparavi/ i fagioli./ Non volevi pettinarli/ non avevi cura di te/ – solo dei fagioli/ fumavano dalla pentola/ come lo sbuffo di un drago».
La nonna, ben oltre la figura memoriale o nostalgica, viene intagliata a presenza mitopoietica che fa, del suo gesto domestico ed elettivo, un atto esemplare di devozione all’essenziale; il fulmineo comando: “Accendi la tv,/ e mangia i fagioli” si carica così di un valore archetipico, dove il realismo si eleva a sostanza, struttura naturale, e l’ordinario è ponte a una dimensione di sapienza primitiva.
Analoga dinamica si osserva in A Regina Coeli: “Gli occhi dei detenuti/ sono gli occhi dei bambini”, un parallelismo mitigante ma tutt’altro che retorico, che nasce da una percezione etica immediata: la dimensione carceraria vi appare nella sua pregnanza umana, capace di richiamare una compassione casta e profonda, lontana dal mero sentimentalismo.
Altro elemento di pregio è una metaforicità imprevedibile, che fonde, non pretestuosamente ma con intensità, piani lontani: “– come pesci/ nel fuoco/ le dita dei vecchi” è un’immagine inattesa, che non cerca la mimesi del reale, ma spessore iconico e compiuta visione. È la formula che Giuseppe Conte definisce “cortocircuito perfetto”, a proposito del distico: “ti dedico questo carme / amoremio ti dedico questa carne”, in cui l’accostamento tra il termine aulico “carme” e la fisicità assoluta di “carne” produce un urto d’immediata irruzione del poetico nell’umano, in virtù del sovvertimento percettivo e linguistico.
Altre immagini, come: “il mare era / l’argomento del sole”, mostrano una personificazione obliqua che trasla la conoscenza in relazione tra elementi naturali, con il mare investito dalla luce del sole, a divenirne sostanza, emanazione.
La componente spirituale è un basso continuo dell’intera silloge, struttura, matrice, immersione nella più seria e intima identità: “Francesco, sono morta/ nella carne/ abito coi miei soli occhi/ la vita […] Non posso morire finché mi abiti Tu/ – che sei di tutti i fiumi/ la foce –/ non può morire il mio amore/finché ospito/ la Tua benedizione”. Viene alla mente il chicco di grano che schiude e si offre per alimentare vita nuova (Gv 12,24-26): la morte qui dichiarata apre a un’esistenza di verità, in cui la sacralità della creatura non si riduce a trascendenza astratta, avulsa dall’incarnato, ma è una corporeità nobilitata nell’amore, densificata, elargita di capienza: “Ora anch’io contengo / tutta la volta / di questo cielo rotondo». L’arpa nera è un lavoro consapevole: nella gestione degli scarti ritmici, nella costruzione delle metafore, nell’equilibrio tra elegia e ferocia, tra eros e morte, tra quotidiano e sacro. Una poesia mobile e viva, traversata da “spasmi”, “ronzii”, “tagli”: trama testuale che non impigrisce mai nella stasi, ma sa rinnovare continuamente il proprio centro emotivo. Vaudo, pur muovendosi in ambiti tematici antichi – l’amore, la morte, la figura del santo, l’eros e l’innocenza, le radici e la libertà –, lo fa con una postura di radicale morbidezza e febbrile totalità, tenendosi permeabile al mondo: “tutta la vita e tutta la morte” sono pronunciate pienamente, tentando, con la poesia, di renderle ancora abitabili.

*
da: L’arpa nera (Capire Edizioni 2025)
È mattina.
L’aria fresca è intenerita
dagli angeli.
Non sei ancora vestito
non sei ancora uomo
né figlio di nessuno.
Un paio d’occhi
che io raccolgo come grossi
chicchi d’uva lucenti – lacrimanti – tu sei
nasci dal cuscino nella pace
che hanno tutte le cose rimesse
nel mondo –
e delle cose ri-partorite
che ritornano buone.
Sei – ancora – senza ferite
e senza bene.
Fai per andartene
strappato dal cordone che mi teneva
a te come guinzaglio
non divieni che uomo
fra tutti gli altri –
amante padre figlio
con le sue risa
col suo povero bagaglio –
*
Non sono che uno spasmo vivo
Non sono che uno spasmo vivo trasparente
luce lama che taglia a metà
le cose del mondo
sbucciare aprire spolpare
sono verbi teneri della vita
ci fanno uomini e donne, i verbi
Taglio a metà il mare
come le zampe robuste dell’uccello
taglio a metà l’occhio
di mia madre quando lo bacio
e il foglio di carta quando lo macchio
con l’inchiostro disperato del mio cuore
eppure tagliando
di ogni cosa non riesco a scorgere
il suo opposto. Bene e male
sono uguali per me
per la mia disperazione mortale per la mia
bocca rossa ingorda che desidera
in ugual modo
tutta la vita e tutta la morte.
*
Tu eri
Tu eri
un vento tiepido culla
del mio fiato
Una veste leggera
si appiccicava
sul tuo collo come un mare
odoroso
tu eri
qualcosa di vaporoso.
*
Nonna
Portavi i capelli legati in cima
alla testa e preparavi
i fagioli.
Non volevi pettinarli
non avevi cura di te
– solo dei fagioli
fumavano dalla pentola
come lo sbuffo di un drago
avevi il seno cadente
le orecchie lunghe di elfo.
Ti parlavo dei miei amori
– li ascoltavi con cura.
Era mezzogiorno, sbattevo contro il tuo seno
grande, mi prendesti
dalle braccia e mi portasti
alla tavola imbandita
dicesti: «Accendi la tv,
e mangia i fagioli».
*
Solo l’amore fa bello il mondo
Oggi il mondo
s’è fatto tutto bello.
Lieve, brulica
di stelle nane. Mi parla
mi accoglie, dice:
guarda oltre, oltre la morte
oltre la fine.
È fresca la vita
dell’usignolo che ti viene
a cercare. Canta – la sua vita canta
come fa il tuo fragilissimo
stupido amare.
*
Ero solo ciò che il tuo cuore
immaginava quando c’era il vento
ero la corda scura contro cui
appoggiavi le dita
per suonare l’arpa nera
nella mia bocca
il vento portava la musica
dentro ai tuoi occhi per farli
cantare
Non c’è altro modo, per fermare il tempo
dentro l’amore – dicevi
calcando con la mano
sul mio costato
piano
*
Le tue mani
Panetti grossi
di farina, rondini impazzite
d’amore – le tue mani.
Zampe di ragno
e tentacoli
le benedico con la mia bocca
grande, le bacio le risucchio
le tue mani – rete e vela
per il mio volto, mio unico
profondo tremore
sola cattedrale dove ogni sera
desidero far riposare
il mio nome.
Corrono furiose tra i miei capelli,
tra i fiumi dei seni
oltre tutte le pieghe della pelle
dei panni
mentre ti mormoro – ti prometto
ti do l’amore
e tutti i miei vent’anni.
*
Il tuo amore nel mondo
Col tuo amore nel mondo
niente è più appuntito
– anche questa statua di dea
contro cui ci stringiamo, tanto attaccata
al suolo. Anche lei,
che è di marmo
si educa al volo.
*

Asia Vaudo (Cassino, 1998) è laureata in filologia moderna. Scrive in poesia e in prosa. Fra le sue ultime pubblicazioni: la presente silloge L’arpa nera (CartaCanta 2025); Prima morte. Il Cantico delle creature in carcere (Ignazio Pappalardo editore 2025); la biografia A Mauro, falla finita! La vera storia del boss della banda del buco (CartaCanta editore 2023); il prosimetro in edizione limitata Storie di vecchi e di pane (i quaderni del circolo degli artisti, Lamberto Fabbri 2021) con l’introduzione di Davide Rondoni e le Tavole di Roberto Pavoni; la raccolta di racconti Essere altro (Edizioni Ensemble 2020).
È direttrice artistica del Poetry Village di Roma e ha vinto diversi premi nazionali. Da anni porta laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri di Rebibbia, Regina Coeli (Roma) e Poggioreale (Napoli).

