“Miracoli del giorno”
Macabor 2023

Prefazione di Massimiliano Damaggio
Postfazione di Isabella Bignozzi


[…] La scrittura di Polvani è perfettamente “geolocalizzata”, non tanto nelle coordinate dell’argomento quanto in quelle della lingua, lì dove avviene la poesia. Le sue sono puntuali e inconfondibili variazioni sul “tema” (l’italiano standard utilizzato), sono scelte lessicali e visive che affondano la propria origine in una terra di “ultimi orizzonti” spalancati, dalle tinte nette e che nella luce vede l’elemento fondante tutta una cultura.
[…] Miracoli del giorno è un teatro urbano, scuro, brulicante di presenze sacre e profane in incessante andirivieni da cortili in ombra, umidi, sudati, odorosi di […] un Mediterraneo plasmato, argilla dopo argilla, dai maestri del presepio di San Gregorio Armeno, fra i vicoli di una sorta di “pan NaPoli”.
[…] Textus quindi, intreccio profondo e panico (di Pan, della Natura) tra forme biologiche e la loro appartenenza a un luogo – che è davvero, e non solo etimologicamente, il “posto” in cui “qualcosa viene posto” e da cui si assiste, incantati, al passare dei millenni: fra lampi, silenzi e campi lunghi. Fra “vocalizzi minimi di foglioline.
È questa la scenografia della poesia di Paolo Polvani, a tratti colma di un blu così gonfio di luce e di verità che, come lapislazzuli, trascina lo sguardo in una profondità quieta di “cerchi concentrici che apre il tuffo di un ricordo”. Cerchi concentrici cui abbandonare – di tutto il nostro velocissimo vociare, del nostro passare e del nostro guardare il passare di tutto – a volte una parola, a volte una vecchia bolletta, a volte un anello sul comodino.

Massimiliano Damaggio

*

Paolo Polvani ha delineato un percorso poetico in cui tutto è pervaso di miracolo, perché ancora la generosità può salvare vite, il cuore distendere cortesie inattese, l’attenzione al creato aprire nuove armonie e limpidezze. […] Per il poeta, come in un frattale, ogni punto dell’universo è degno di ascolto, e riproduce senso pieno e interezza. L’assoluto è nell’umiltà del dettaglio posato e impercettibile, che per virtù negativa ne controbilancia mille altri: “la leggerezza di una nuvola” che addolcisce “il disinteresse metallico della gru”.
[…] Polvani è poeta di ampio sguardo, e di profonda quiete nella sintesi: riesce a indossare il sentire di molte creature, finanche vegetali; di elementi naturali apparentemente inanimati: sente il sapore del tempo, il respiro lontano di vite estinte. In tutto si lascia disciogliere cercandosi, e ritrovando l’unità molteplice, e il moto stabile: il pacato vibrare delle anime accoglienti e interminate, piene di pace.
[…] “Se Dio avesse una voce – dice Polvani – “sarebbe quella / del volo della rondine, la stessa eleganza di certe improvvise / giravolte, quel distacco, quella suprema indifferenza, / le stesse cortissime zampe, la precisione ellittica con cui / porta il disordine dentro l’esatta matematica del cielo”.
Il poeta ha quella sensorialità fervida e festosa di chi, sapendo attraversare lo sgomento del fluire, sapendo sostenere la lama a doppio taglio della bellezza, ha il coraggio della gioia. Polvani lo sa: è la povertà lo scrigno più prezioso che portiamo nella mano, questa magnifica incertezza, commossa d’impermanenza: essere mortali è l’essenza stessa dell’esser vivi, accesi, ancora capaci di amore e divaricato sguardo: l’inaudito miracolo su cui fa leva ogni rinascita, ogni rivoluzione.

Isabella Bignozzi

*

Di che colore è il mare

I gabbiani lo sanno di che colore è il mare,
ne custodiscono il rimpianto in fondo agli occhi,
ne sigillano come un segreto il suono dentro il becco,

ne piluccano i bordi fingendo distrazione,
ne assaggiano la pelle, lì dove non ci sono date,
non ci sono calendari ma solo l’andirivieni delle nuvole.

L’azzurro è un artiglio che non lascia scampo,
tỉ divora i sogni, è una minaccia e un lampo,
la tentazione di un azzardo, una pazzia, è un giugno
spaginato di rondini, sciabolata di gioia, un pugno.

Eccolo il mare azzurro come una paura.
È qui che galleggiamo ad ali spalancate.
Questo è l’azzurro che ci assedia e ci tormenta
ci soffoca, ci strazia il suo grido lontano.

*

Lungo l’Ofanto

Qui trova il suo posto ogni cosa:
la rinfusa dei fiori, la minacciosa
promessa delle nuvole, la strada fatta
di polvere, di orme di passi che sono
una musica distratta, la disfatta
dell’acqua che guarda al mare
come a una salvezza. La sconfitta
dei pesci nell’asfittica pozza.
I voli taciuti della gazza.
L’Ofanto cerca il suo riscatto
in un baratto di pioggia,
nell’erba bagnata nell’olfatto
che restituisca ai barchini
la vista della foce,
aspetta una nuova voce, il suono
di uno scroscio, un rovescio, un tuono.

*

Egemonia dell’acqua

Qui vige l’egemonia dell’acqua
dentro un silenzio che incespica
nell’intermittenza dello sciabordio.

Lo sguardo manifesta la sua ambizione anfibia,
realizza il miracolo del viaggio
fino all’orizzonte estremo dove la riga azzurra
e il cielo si danno baci sulla bocca.

Che si smarrisca quello sguardo,
che allunghi il passo fino al confine
dei cirri, s’aggrappi ai nembi,
infine cada a precipizio
lungo quel vuoto, dentro l’enigma,
inventario infinito di domande.


Gustave Courbet, Mare calmo, 1869

*

Minuto diciotto

Aspetto il minuto diciotto della sinfonia Titano, signor
Gustav Mahler, è lìi che il tumulto s’impenna,
imbizzarrisce, disarciona, è lì che l’impeto delle mani,
è lì che il corpo asseconda un vento, una furia, l’invisibile
assalto. Signor Gustav Mahler io non so dire
la bellezza. Ci sono le stagioni. Ci sono deserti
in attesa di un perdono, le infinite acque che ci restituiscono
migliori, ci sono gli esempi, le melagrane, l’azzurro del respiro,
ci sono le parole, gli scarabocchi degli uccelli, e c’è
quel minuto diciotto della sinfonia, sul quale mi piace
arrampicarmi, issarmi, sporgermi, precipitare.

*

Il volo della rondine

Se Dio avesse una voce sarebbe quella
del volo della rondine, la stessa eleganza di certe improvvise
giravolte, quel distacco, quella suprema indifferenza,
le stesse cortissime zampe, la precisione ellittica con cui
porta il disordine dentro l’esatta matematica del cielo, turgori
e mancamenti, ostinazioni e abbandoni repentini, è così
che Dio si esprime, e il volo della rondine è la sua stessa voce,
leggera e assente, visione del caos e di una fame che s’indovina
dietro quel nero di fulmine, quelle ali che parlano
di una sublime geometria, della rapace leggerezza con cui disegna
il mondo, l’algoritmo segreto di quando plana, e sì, Dio
ha la voce del volo della rondine, quella rondine estrema che di aprile fa
un capolavoro di passione e di ardimento, un veloce assalto
dal cuore profondo della vita, quella voce con cui ci raccoglie
e ci conduce in alto, nelle braccia di un enigmatico abbandono.

*

Un inventario della luce

Com’è limpido il cielo e come sgorga.

Sono qui per fare un inventario della luce,
per dare alle pupille le case disseminate
nel paesaggio dell’alba priva di vento.

Sono qui per mietere a piene mani.

*

Un giallo, forse d’acacia

Un giallo, forse d’acacia, giù nel giardino dice
che la primavera, la tanto agognata primavera è qui.
E più avanti un albero che fino a ieri era soltanto scheletro,
nuda struttura indirizzata al cielo, crudo puntello, vertigine
di una segreta forza, di un segreto affondo dalle radici
al vertiginoso apice che tenta il cielo, oggi quel nudo scheletro
parla con le parole vive di una miriade di foglioline di tenerissimo verde,
piccolo e forte, invincibile alfabeto della vita, che nudo
reclama un vestito dopo il rigore dell’inverno, pigola
in un tenero verde, in vocalizzi minimi di foglioline, di verdi
promesse venute dal cuore dell’inverno a dirci
che anche questa volta si torna, anche questa volta la morte
temporanea segnata dall’inverno è vinta, che ritornano, riaffiorano
i pensieri come giovani foglie, i desideri irrompono
e fanno della vita un brulichio di tenerissimo verde, di intatte
prospettive, di lucide visioni, di giovinezza che si rinnova pur
nell’incalzare degli anni, torna col dirci che ci siamo,
che anche dopo, vedrai, ci risaremo.

*

Tutto ciò che qualcuno possiede

Tutto ciò che qualcuno possiede
è una povertà molto robusta,
e come corredo un paio d’occhi, generalmente
persi, o vaghi, da cane bistrattato,
e una fame che bussa, che preme,
che freme e a volte grida, ma più spesso
s’accuccia, sospira, infine tace.
La povertà diventa una casa, una
patria, e se davanti c’è il mare, o il deserto,
s’inventa scorpione sotto il sole feroce, o pesce,
pesce mangiato dai pesci, e intanto qualcuno
altrove legge il giornale sul treno,
altri camminano in fretta, il sole
disegna le ombre.
La povertà non ha voce, in tanti
aggrappati al silenzio, ed è tutto
quello che hanno.

*

Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Nuvole balene, Antico mercato saraceno, Treviso 1998; La via del pane, Oceano, Sanremo 1999; Alfabeto delle pietre, La fenice, Senigallia, 1999; Trasporti urbani, Altrimedia, Matera 2006; Compagni di viaggio, Fonema, Perugia 2009; Gli anni delle donne, e-book, edizioni del Calatino, 2012; Un inventario della luce, Helicon 2013; Cucine abitabili, Mreditori, 2014; Una fame chiara, Terra d’ulivi, 2014. Il crollo di via Canosa, e-book La Recherche; Il mondo come un clamoroso errore, Pietre vive editore, 2017.
Sue poesie sono state pubblicate da numerose riviste, tra cui: “Anterem”, “Steve”, “L’immaginazione”, “Il filo rosso”, “Atelier”, “La Vallisa”, “Portofranco”, “La corte”, “L’area di Broca”, “Le voci della luna”, “Offerta speciale”, “Quinta generazione”, “L’ortica”; e su numerosi blog, tra cui: “Carte sensibili”, “WSF”, “Fili d’aquilone”, “Poiein”, “Corrente improvvisa”, “La presenza di Erato”, “Poliscritture”, “La bella poesia”, “Odysseo”.
È presente in molte antologie, tra cui:  Dentro il mutamento, edito dalla casa editrice Fermenti nel 2011 e in varie antologie tematiche, tra cui Il ricatto del pane, CFR, Rapa nui, CFR,  e 100 mila poeti per il cambiamento, Albeggi editore.
Ha vinto diversi premi di poesie. È tra i fondatori e redattori della rivista on line “Versante ripido”.