Finito il turno sono rotto come il manzo che torna all’asciutto, quando il pelo s’è fatto crosta del sangue dell’amico macellato da poco.
Restano in fila indiana prima dell’imbocco, non come le bestie alle poste, che litigano e cercano di fregarti. Loro non vogliono fregare nessuno, gli dici di stare lì e lì stanno, sebbene sentono l’odore pungente che sono diventati i loro amici, le amanti.

La chianina nell’hamburger, con un nome gourmet, aveva anche un nome bovino, un muggito particolare che le addolciva gli occhi.
Del suo sguardo resta l’umido nel cestino.

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Alcolisti anonimi

Il dolore, attraversando il tempo, istante dopo istante, cruna dopo cruna, si fa filiforme, imbastisce, trama.
Tutti quegli inverni, uno dietro l’altro, spesi guardando il collegio svuotarsi, misurando la solitudine col moltiplicarsi dell’eco nei corridoi… Da qui, da questo lato del tempo, quello struggimento appare lieve come il volo di una falena che, smarrita nella luce meridiana, cerca un posto all’ombra, per morire.
Ma la vita è la lucertola che se la mangerà, e l’alcol il gatto, che a sua volta attende in agguato, coccolato dalle gelide mani di quella bambina.

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Stare da cani

È un espianto continuo quando ti allontani, tutto il respiro si raggruma nell’attesa, nello scorrere lento del nulla sotto casa.
In inverno è peggio, perché l’alito appanna il vetro che mi inganna, mescola i volti coi giochi di luce nell’oscurità.
Il cuore è un gomitolo di congetture che avvolge e soffoca ogni ricordo che ho di noi, cioè ogni ricordo che ho.
Che tu esca, per un istante o un giorno, è sempre una scomparsa, un silenzioso delirio.
Quando riconosco il passo sulle scale, è tutto un abbaiare d’amore, uno scodinzolare per spazzare via l’angoscia.

Enrico Piccinini, La pupilla


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Scrosciano secondi identici
con rigore da metronomo
ticchettando increspano
la pozzanghera di lineamenti
che con ostinazione palombara
ancora chiami col mio nome.

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L’infanzia
è un ricordo che trancia
le palpebre, slabbri nel buio,
i desideri fende sopiti
sulle ciglia. Offende,
come il bossolo che sbudella
la cinciallegra.

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Un anziano, di caducità in caducità, si regge in piedi
pedinando l’equilibrio. Lo sfiora l’eternità
di variabili d’un marciapiede milanese.

Nel suo zaino porta il respiratore,
chissà quanta scuola ha da fare.

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Più che infondere
se stessi nelle pagine,
è arduo scollarsi
dal libro, stassellare le vertebre
dalla brossura e riuscire
a restare ancora in piedi.

Gabriele Marturano (Carate Brianza, 1992) si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano e insegna materie umanistiche nelle scuole secondarie della Brianza.
La raccolta di poesie L’anfibio, edita da Fucine Editoriali nel 2020, è stata premiata con l’Attestato di Merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti (edizione 2021), e rappresenta il suo esordio.
Alcune sue poesie sono presenti sulle riviste on line “Poesia Ultracontemporanea”, “Atelier”, “Larosainpiu”, “Versante Ripido”, “Di sesta e di settima grandezza” e “PoetiOggi”. Un suo racconto è apparso sulla rivista letteraria Pastrengo, e alcune sue poesie sono tradotte in catalano e spagnolo.