Angelo Savelli, Scuola Romana, 1937



Il mio ultimo rifugio bianco latte ragnatela nido tra due rocce
(Janet Frame, Volti nell’acqua)

Ciò che voglio è onorare la proprietaria della mia ombra: quella che sottrae al nulla nomi e figure
(Alejandra Pizarnik, La figlia dell’insonnia)


Lei lo guarda da là, il mondo. Dalla sua inermità. E i giorni degli uomini. Giorni, come i suoi, divorati nelle stazioni e nei bar a pedinare la noia, bulimica sfacciata nervosa. Ciascuno col pugno chiuso nell’assedio di sé. Mentre l’aria intorno, una furia rapace di schegge e sventure, annera il transito festoso della primavera, prosciuga stinge infanga avvelena il celeste sentimento chinato sul susino. Com’era bello all’inizio. Così le pareva. Nell’infanzia. Aveva imparato, negli occhi e nelle narici, l’accadere incredulo, pudico del narciso, la coppa del Bianco che sembrava trattenere, come in una conchiglia, una felice procella. Una possibilità eroica, che vibrava contro l’indifferenza, contro la morte, incapace di stridere nei suoi orecchi, di allora. Un lindore di pioggia schiva, guardiana dei battiti dei petali, che nell’imbrunire portava il cuore alla carità.
Bianco è rivelazione di spirito liliale nel tutto precario e povero d’un foglio da disegno.
Ma poi un tratteggio: una nuvola fanciulla, dama di vapore, e un ragno con quattro occhi selvaggi, scurissimo nell’angolo alto. Una coda di cometa, una sbilenca auriga, randagia e tutta soleggiata, che naufraga sopra erbari di pietre, ove leggere il mugolio del tempo smerigliato dal muschio e dallo sgomento dei tuoni.
Ogni cosa, d’un tratto, si sfarina. Non resta che il vento. Nel Bianco.


Opera di Angelo Savelli (particolare)



Col corpo accucciato sotto il lenzuolo.
Accanto, la notte non fiata: somiglia a una basaltica quiete di burrasca. Sulla parete non fa rumore la pupilla dell’insonnia.
Quasi una supplica, tutta rivolta all’interno. – Che ci faccio in questo ristagno? Tu, albume d’inosservata inservibile vita, prima di esondare in urlo, stammi come ala che cova smisurati voli su musiche sacre di piccole gioie.
Non ci sarebbe fretta né angoscia, ora, nel vivere nell’azzima solitudine.
Allunga il braccio. Nel venerdì di una prima sigaretta. La mano affonda in anelli avorio di fumo. Ingioiellando le dita. Un armento grigio di obliqui motori sta investendo il barbone poggiato nel canto di un bivio sbandato di imprecazioni e tristezza, al suo fianco un cane col suo fiato di fedeltà. L’armento grigio ringhia fino a graffiare il vetro. Al di qua della finestra: lei, regina in esilio, si specchia, specchia l’isola dolorosa, il suo viso pallido attraversato da fogliami di altre primavere.


Opera di Angelo Savelli (particolare)



Per vincere l’oscurità, in ciascun occhio dovrebbe accudire la sommessa splendenza della neve e il Biancore della campanula che ascolta la libera, azzurra lontananza dell’usignolo, ondoso messaggero, ombra tatuata sul davanzale; quella sua affastellata, serica nostalgia.
Viveva forse nella mediocrità? – Quando la cartomante voltò la carta vuota della sua sorte, capì di non essere mai stata pronta, di non essere mai entrata nel segreto della vita. Sguarnita, estranea a sé stessa, sola con la sua esiguità. Senza un cammino. La sua esistenza, la vedeva, fissata su una tela nuda e bianca, con uno squarcio al centro. Capì. Doveva imparare a essere. Prendere in mano la vita sommersa, non vissuta; sperimentare il corpo a corpo con la propria anima e col mondo.
Rimane distante lo sguardo, sfilacciato, prostrato. Tra le mutilazioni delle stelle.
Deve uscire dalle tenebre, mettere a tacere la fiumara senza disciplina del sangue che ininterrottamente si crea e s’infrange. Abbandonare tutte le riluttanze e gli ormeggi, aprirsi a un sogno, seguire le rotte Bianche e vaste dei cigni verso sud.
Ad occhi chiusi.


Opera di Angelo Savelli (particolare)



Ora vede. Il cielo e il mare. Avanza – da dove proviene l’energia? questa voglia di andare – avanza nell’onda, Bianca e antica, come una primordiale eco, ripetutamente andata e venuta, dai millenni ritornata. Non trattiene il pianto, lei. Scendono lacrime di fioritura, si mescolano agli anemoni di mare. Salmastro nel salmastro: l’uno addensato nell’altro, un solo destino, un solo significato: unica essenza. Le vene sobbalzano per il freddo, per il coraggio e il godimento. Dentro ne sente il ritmo seminale di schiuma, l’odore salso e zuccherino del Bianco: lei come fosse fecondata. Come perduta. Per una notte intera, la impreziosisce un plenilunio.
È il Bianco a dominare, il colore del non colore. Di tutti i colori, il colore assoluto. Primitiva purità. Neonato rito. Battesimo. Luminoso. Come, dopo l’immolato agnello, fu, dal fiele di una crocefissione, dal grumo di un pianto liberato, un albeggiare domenica. Domenica in Albis.


Opera di Angelo Savelli (particolare)


Bianco, è cosa?
Bianco è in sé. Realtà che sfugge. Mancanza. Ineffabile Nulla. Forma contenuta; di tutte le forme il contenente. Dissidi e tregue; urgenza e calma; coaguli e ablazioni. Quel dolore taciuto e sublimato. Trasparenza e campitura di alabastro. Via Lattea. Via che porta allo smarrimento, alla zenitale dolcezza del non-comprendere.


Opera di Angelo Savelli



Non lo devi cercare, il Bianco – qualcuno le aveva detto un giorno – né chiamarlo. Ci si pone davanti ad esso come di fronte a un orizzonte, come davanti all’inatteso, stupendoci infine di scorgerlo. Il Bianco. Dal germe del deserto. Eccolo, dall’humus del silenzio. Soccorrevole mareggiare. Nel nitore d’adagio in sinfonia di Mahler. Nel marmo bruente in getti folli di luce sotto le dita del Bernini. Scorgerlo e udirlo nella corolla, fino al limite dell’inudibile, senza riuscire a esprimerlo. Sentirlo, recondito e spirituale, Bian-córe. Percepirlo, intoccabile e inconoscibile: lasciandosi investire dalla beatitudine, dal prodigioso Bianco istante.


Opera di Angelo Savelli (particolare)



Oltre gli ossessivi bui, abissi di pilastri ossei e immensi, lei conta nel grembo di luna le sue poesie, esili, candide come manifatture liturgiche, sonore come inesistenti schianti. Così ha allevato le parole, la sua voce, con lo stesso gioco di spoliazione e sparizione delle foglie in autunno, quando su di loro alita una brezza d’oltremare, incomparabilmente pura, che consola l’inarrestabile diaspora.


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Grazia Frisina è siciliana d’origine, ma vive in Toscana. Già docente di Lettere nelle scuole superiori, ha pubblicato il romanzo A passi incerti (Mauro Pagliai editore, finalista “Premio Firenze” 2009), il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (Carabba 2015, rappresentato al museo della Deportazione di Prato), le raccolte poetiche Foglie per maestrale (Il caso e il vento, 2009), Questa mia bellezza senza legge (Sassoscritto, 2012), Innesti (Nomos edizioni, 2016, opera vincitrice alla XVI edizione del Premio Carver 2018). Dalla pièce Stabat Mater, tratta da Madri (Oèdipus edizioni, 2018), è stato realizzato un corto, girato nel carcere di Pistoia, con la regia di Giusepe Tesi.
Nel 2021 ha pubblicato la silloge Pietra su pietra, per Transeuropa.
È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali.
Nell’ambito del progetto La solitudine: il pieno e il vuoto (2012), organizzato dall’Associazione “Oltre l’orizzonte”, ha partecipato, come poeta, alla mostra Faccia a faccia con le opere di Edoardo Salvi.
Ha promosso e coordinato la I e II edizione della manifestazione “Di musica e poesia” nel comune di Malcesine (Verona).
Ha partecipato al festival di poesia “Notturni di versi” di Portogruaro (Venezia) (2016).
Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e i dialoghi poetici Ricordi come raccoglievamo i narcisi sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015).
Presso la casa-museo Guidi di Firenze ha ideato e curato il dialogo poetico Il mare nel vento – Una voce dentro l’altra, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (2017) e tenuto la conferenza La leonessa che sonnecchiava in me, sulla vita e le opere di Elizabeth Barrett (2018).
Ha partecipato con i suoi testi alla serata di musica e poesia Avrei voluto scarnire il vento (voci di donne tra letteratura, storia, mito, fede e arte) nel decimo anno dalla scomparsa di Isa Veluti (2022), con l’attrice Lorena Nocera e i musicisti Fabrizio Trullu e Walter Pandini; ha ideato e curato l’iniziativa culturale Per immaginifici pensieri, percorso artistico ed emozionale tra le sculture di Quinto Martini, presso l’omonimo Parco Museo, in collaborazione con la Filarmonica “G. Verdi” di Bacchereto (diretta da Filippo Grassi), lo “Studio Danza Benedetta” e la Biblioteca Comunale “A. Palazzeschi”, con la storica dell’arte Elisa Biagi.