Giuliano Ladolfi Editore 2021
Prefazione di Giulio Greco

Dalla prefazione di Giulio Greco:

Michela Gorini affronta a viso aperto la tragedia del cancro che ha colpito la madre. Ne esce una rappresentazione che stilisticamente sembra sempre “eccedere” la razionalità: versi lunghi, punteggiatura particolare, parole scisse o troncate, corsivi, mescolanza di prosa e di poesia, linguaggio scientifico e linguaggio lirico, periodi sospesi, mutamento di ritmi («la parte sterile nella scena»).
[…] La malattia non concede tregua, come pure le domande senza risposta, i dubbi sul modo di comportarsi, sull’opportunità di un colloquio. Vengono meno i precedenti punti di riferimento relazionale di fronte a una fragilità che si teme di mettere in pericolo. La poesia si giova dell’esperienza professionale di psicoanalista dell’autrice la quale si addentra nei meandri dell’inconscio e dei ricordi infantili […] E, mentre il disfacimento fisico avanza («ti accorci davanti ai miei occhi »), aumenta nella scrittrice il senso di impotenza nei confronti della madre, ma anche nei confronti di se stessa (cosa posso fare per me) in una simbiosi che rivela lo strettissimo legame («hai la nausea, ho la nausea»), dal momento che la figlia rappresenta per la madre «sicurezza stirpe necessità».
Ma l’inevitabile accade («non lasciarti non ti lascio / non ora non ancora»): l’angoscia non può essere temperata se non dalla promessa di un ricordo imperituro («per sempre per sempre per sempre»).
A lettura terminata ci si rende conto che l’io lirico rappresenta il vero fulcro della vicenda: la malattia
materna costituisce lo strumento per una tragica autoanalisi, che porta alla luce il terribile timore di una futura solitudine («la tua fine sarà la mia solitudine»).

*

calcificazione

nei silenzi del sangue in cerca di neutro
meglio non esistere se non in flash
impreparata disegnata nelle pieghe del corpo
l’esame non lo passi, senza giudizio

l’estate fuori senso nell’opaco fuoriesce un esubero e
diventa cisti diventa sassolino e braci e non brucia, resta
lo vedi sassolino sopra il pollice lo senti sulla falange
è il punto più ambiguo dove si groviglia altro e torni
assidua costante lo trovi e ritrovi lo tocchi ritocchi
al solo sentirlo costante assidua sentirlo esistere ancora
resistere, chiederti se sia lì per confessare a te di esistere o
luogo univoco dove meriti sentire, ecco il punto esatto
del tumulto movimento energia

soltanto un minuzioso sassolino a farti sentire corpo,
porzioni fatte di materia ripida attaccata che scende
a sorprendere fino all’osso, ora ti arresti e lo concepisci
muto, nella parte calcificata di un osso

un giorno o una notte ti lascia e non sai come ma
sei guarita o ti ha tolto il segno del fuori orario

poi la visita seno su seno ti scrivono, senza preservarti
vocaboli come sassolini, cisti al governo asmatico di tessuti
porzioni abitate molli di sottopelle ovattato adiposo
che riverbera virtuoso la notte e si fa muto il giorno
sedimenta bruciato poroso

non smette di volere attenzione il seno
ha la parte donna morta e nuova di te che domina

la parte sterile nella scena

Fotografia di Seiichi Furuya

*

non fai che occuparmi di te per ché
non posso lasciarti, non.

nel fondo non esisto, come figlia
ti sorreggo braccia gambe
il seno mezzo vuoto e mezzo pieno

sollevo il tuo viso leggero tra le mani
la tua pelle soffice un petalo, lo leggo
lo pettino, il tuo tepore

stringerei dentro le tue nude mani
ucciderei la tua generatività violenta

per ché sai non salvarmi, sacrificarmi a te
non accompagnarmi alle evidenze
incarnare la madre due noi
incorporarmi alle tue membra

separo fessure, una a una
bruciori tra le vesti, spengo
e non posso andare, mentre tu.

Fotografia di Seiichi Furuya

*

per osmosi

oggi mi comunichi che vuoi vivere ancora
chi sa se al prossimo ciclo vorrai ancora

chi sa se domani vorrò io, vivere ancora per osmosi

se mi tufferò nelle guglie stonate di questa
esistenza a comunicarti la mia estensione al
prossimo ciclo

Fotografia di Seiichi Furuya

*

atopica

tre volte al dì
distorsione e dolore scomposto

ti ricorda l’ora del dolore la crocefissione ardente
elementi noti non saldati, involuti agglomerati
lo storto gelo della tua extra ordinaria atipicità

insiste un male sulla terra che si annida
destabilizza la declinazione alle tue ossa
ostile come un sisma, conglomerante
che scuote dondola sconquassa estroverte
l’affetto stabile appartenente a quel corpo
che non sei tu, quel corpo che non sei tu.

Fotografia di Seiichi Furuya

*

la forza di questa gravità

vi farei sentire a voi, il dolore

credi davvero possa non sentirlo, il tuo dolore
possa non sentirlo dentro le articolazioni celesti
le ossa, le viscere legamenti il villaggio neuronale

vita stante

è un paracadute che mi manca, il dolore non si schiva
rotoliamo per le scale per le strade le tue gambe cedono
cedono le mie,

gravità, la forza di questa gravità
che ci accompagna ci batte sulla strada

nessuna, di noi, potrebbe domare
questo spasmo, picchia in testa il martirio picchia
sul dolore reciproco e non lo vedi, e sento forte
lo sento, il donato con la vita nella tua indisposizione

Fotografia di Seiichi Furuya

*

lilt

prevenire sarebbe stato
meglio di curare

lasciare il numero di riferimento
se mi chiamano per spostare
mi chiamano per avvertire
mi chiamano

devo comunicarti, scandire le parole
che mi passano velocemente

tu come stai in tutto questo
come ti invade tutto questo

tutto questo non sentire non vedere
ad eccezione del dolore nelle ossa
tu come stai, con il tuo dolore nelle ossa
come lo senti, cosa pensi
vorresti fuggire, forse

vorrei fuggire

dimmi se un modo c’è, per fuggire
questo dolore del corpo
domani te lo cerco, il modo
te lo vado a prendere

Fotografia di Seiichi Furuya

*

la devozione

tu forse hai male amaro al cuore del corpo
che ti strattona via la vita, il cuore del corpo
a causa della tua cronistoria edotta e pietosa
e scriverla sempre poi risistemare
eludere tra le righe il pallido verso astratto e rigido

io forse ho male amaro al cuore del verbo,
è l’altra versione, bisogna capovolgere la versione,
la consequenzialità della parola nel verbo amare

ad ogni nuovo ciclo di terapia
la tua paura si chiama morte

parlo di te se intanto parlo di me
non ho margini in cui, senza esserti
dilazione madre cancellarmi dal tuo
bordo, dalle tue scarpe, la tua pelle
stratificata sottile e rimarginata

risponde al tuo posto si materializza
si sposta altrove e tu opponi la veste
opponi le carte, i diritti a la tua durata
la tua durezza fatta di tenera inesperienza

fuggir senza distanza da me che poi che sai
la devozione di figlia madre che i tuoi lacci mi
seviziano ingenua nella tua malattia di cuore in cuore

troppa grazia, il resto è non sapere
resto malamente ai tuoi piedi ti tiro ti tiro
e ti trascini ti trascini costante fedele la sacca
del figlio e ti trascino attaccata e non ascolto
l’epilogo, avrei fretta e scivoli tra gli espedienti

Fotografia di Seiichi Furuya

*

la nostra possibilità

non sono in grado di vedere che sopravviverò
a te senza di te, che la tua fine sarà la mia solitudine
che si cancella tutto ciò che aveva dato vita

che tu eri la vita, dispensatrice di vita
anche non scelta e odiata senza che tu.

mi attaccherò a te nei miei occhi
mi legherò con le mani e le braccia al tuo corpo

spegni il tuo dolore e fingi che siamo nate oggi,
adesso, da una vita donata cui saremo ignote

Fotografia di Seiichi Furuya

*

per sempre.

lingua soffocata, piccole porzioni trascinate
alla fragilità delle corde vocali allentate
piccole porzioni non arrivano a un senso

tentare ancora tentare
non lasciarti non ti lascio
non ora non ancora

un senso che mi dica
sono qui e ti penso

sempre ti penso
l’ultima pausa pronunciata
nei corridoi del pronto soccorso

anche io, per sempre

immagino ardentemente con tutta la mia gabbia
di forza impotente di restituirti a me averti per me

e tu

trasparendo, con delicatezza
dalle mie carte dalla mia veste
dalle accortezze ostruite
dalle primavere
colte e donate a te

anche io, per sempre
per sempre per sempre per sempre
per.

[ la mattina del 15 agosto mi sei mancata ]

Fotografia di Seiichi Furuya

17 08 2021
Nei miei occhi il tuo cielo

post.tu

Se la mangia nel sangue, nel suono, nella bocca se la consuma alle ossa, ai muscoli, al seno, alle braccia.
Le fa freddo alle caviglie, alle gambe, tremore alle mani, alle braccia. Governa il suo movimento e respiro, dove ledere, dove proseguire.
[…] Si può sopportare con dignità, perché la accompagno. Gioisce di me quando riesce. Io non gioisco,
sorrido, ai suoi occhietti, al ciuffo punk, alle mani delicate e fredde, alle mani incurvate, alla pelle che tira, alle unghie a uncino, al suo modo di stare in piedi, di trascinarsi sul carrellino, di spingere le cose nella vita, ai suoi occhietti quando le porto la frutta.
Ai suoi occhietti quando le dice, respira. La amo per sempre

Diario del sangue delle ossa di Michela Gorini ha vinto la sezione A (opere edite) della decima edizione (X, 2022) del Premio Bologna in Lettere

Fotografie di Seiichi Furuya