Arcipelago itaca Edizioni 2023

collana Mari Interni a cura di Danilo Mandolini

prefazione di Giuseppe Martella

Il suono è forse la più calda ed esatta emanazione fisica dei corpi: la sua irruzione ha spesso qualcosa di inaugurale, come a reiterare origine e intima essenza dell’elemento da cui proviene.
Maria Grazia Insinga, concertista e poeta ricercata, in A sciame (Arcipelago itaca Edizioni 2023, prefazione di Giuseppe Martella) dà alla luce una nuova sinfonia in parole di passo lirico e a un tempo sperimentale: come rileva, insieme ad altre sottili e agilissime cose, il prefatore nel cospicuo saggio con cui accompagna l’opera. Un lavoro poetico, quello di Insinga, in continuità coi precedenti, dove l’inesausto movimento di ricerca fonetica sul significante è, in sé stesso, parte dell’esito semiologico e simbolico finale.
Secondo alcune antiche culture, ancora legate a riti sacrificali, il suono è la vera sostanza dell’esistente1, e la forza creatrice originaria rinasce quotidianamente nel grido luminoso dell’aurora, in cui la divinità canta sé stessa, facendo inno di esordio e di subitanea sparizione: così ogni suono fende la quiete, fluisce e rapidamente svanisce, nel dono di sé. Ogni essere canoro, ogni emissione melodica è un’ara sacrificale, che invoca e glorifica un’essenza, dissipandosi.
Qualsiasi creatura, benché definita e in parte umiliata dall’involucro di materia che la circoscrive, può esprimersi nel proprio fremito vitale: soffio dello Spirito, palpito d’essere, risultante sonora univoca ma intimamente policroma che è, in Insinga, un “assoluto non verbale”. Parola taciuta o senso nascosto del proferito, rilevabile in quel “sovrappiù di armonici” che, già in Tirrenide, generava un’orchestrazione tesa alla compiutezza acustica a partire dall’unità fondamentale del “corpo fonema”. Tale significante micropolifonico, in prefazione (Martella) è posto in dialogo con le inarrivabili atmosfere di ulteriore che György Ligeti sapeva imprimere alle sue composizioni, modulando cellule ritmiche basali in maniera via via più articolata, seguendo dissonanze e spostamenti gradualissimi, fino al semitono diatonico, al fine di migrare secondo flussi tonali e modali evanescenti, con progressioni a tal punto lievi da indurre nebulosità e straniamento.
È nella fenditura tra espressività linguistica e sonora, in questa divaricata faglia magica e cultuale che avviene l’evento dialogico della poeta con la sé stessa altra, che solleva il reale fino a riportare assedio e assillo del molteplice a un elemento stratificato, integrato, rapsodico, in cui poesia e canto siano fusi, e pronunciati a voce alta: senza punteggiature né segmentazioni, perché “l’essere non è segmentato” ma fluisce plurimo e concorde, se pur febbrile di complessità.
Riportando così ciò che esiste come un flusso di sostanza ritmica, primordiale e trasversale, Insinga fa adunata di paesaggi, elementi naturalistici, allusioni mitiche e simboliche, cenni metaforici e metafisici, allucinati resoconti di un contemporaneo idolatrico e preapocalittico, lasciandoli sciamare per intervalli concettuali tenui come seconde minori, ma circoscrivendoli in blocchi di testo compatto: come misure di spartito dall’accento metrico variabile, potenziate in densità e vigore dall’accalcarsi dei contenuti nelle compartimentazioni dell’impaginato.
Tale forza sonora così perseguita, insieme al carattere visionario di molte radunate forme, finisce per insinuare l’ipotesi che le manifestazioni corporee non siano che illusioni dei sensi; mentre l’idea pura, che si è fatta sostanza nel molteplice, risieda nel suono, in quel ritmo che è simultaneamente principio astratto e forma non di una singola entità ma di uno scenario complesso, dove il soffio di essenza viene al presente nella cassa armonica del suo risuonare. Non a caso Martella elegge, per il movimento dialogico tra i due poli dell’io lirico (lei e l’altra) il termine ipostasi, che in Plotino era tappa dialettica di emanazione dall’Uno ideale allo svariato esistente.
Si arriva così a considerare che, se la realtà si esprime propriamente per scenografie complesse, continuamente assemblate e disassemblate, eternamente riconfigurate, dichiarantesi nel proprio ritmo come figure vive danzanti e trascendenti qualsivoglia staticità, allora lo sciame è la figurazione più calzante del creato.
Tale sciame, babele di umanità condotta (ex-agmen) o meglio indotta da imperscrutabili, irrazionali istinti, ma anche volubile compresenza di ogni stimolo sensitivo e intellettuale che prenda posto nel mondo, travaglia in Insinga fino a dare alla luce una fenomenologia ritmica corale, che trova in ogni battuta della partitura un denominatore acustico comune: sofferta sintesi armonica spessorata, stratificata, registro di suoni vibranti in occulte consonanze e dissonanze, in quei “sovrappiù” sonori che tentano di restituire l’integrità dell’essere.
L’opera di Insinga è coerente, peculiare, a tratti profetica: bagno lustrale in una molteplicità fremente che sciama senza pace, declinandosi incessantemente in discrepanza e divario. L’umanità è una massa gremita e acefala, stordita dal proprio stesso ronzio, che vira in stremate orizzontalità, confuse e distruttive: “l’esercito sposta derrate e popoli / da una regione all’altra in fiamme / l’estremo oriente e l’estremo occidente / si toccano in cenere e si mangiano”.
La riflessione inevitabilmente ricade sull’individuo che di tale sciame è parte meccanica, reo di torpore e di inerzia: perché più non frequenta quella grave e lineare intimità in cui vedersi come precedente alla collettività, ente sacro in quanto anonimo e verticalmente singolo. Tappa di coscienza creaturale trascurata, eppure ineludibile, anteriore: “questa voce esiste solo prima / della cosa prima di essere nata / e appena in vita è senza vita / trapassata: così il domani che è / solo se non è già domani e dunque / non esiste questa voce tirata giù / dalla vergine degli animali / e non di sotto specie umana che / di umano ha nulla e dunque / il massimo di tenerezza”.
La raccolta si chiude con l’immagine di un “ronzio digitale perenne / perpetua tigre fulva e per sempre”. Una resa, o forse una soglia: desiderio metafisico della sinfonia totale, quell’unità vibratile di concordia che includa tutti i suoni concepibili in unicità armonica: la capienza perfetta della carità e del silenzio.


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da: A sciame, Arcipelago itaca Edizioni 2023


il nulla non finito
errore per natura: il neutro
il santuario all’altezza delle isole
è quasi mare e l’ignoto all’altezza
del noto e una conoscenza altra
un neutro escluso da tutte le lingue
e scienze e visibili e canoni
neutro scandaglio e scandalo
starci dentro è stare sempre fuori
è esserci com’era il mondo
quando era mondo

Fotografia di Moises Levy

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battezzati del battesimo
del quale io sarò
solo l’altra resiste nel giardino
di palme centaurata e sfinita
le vene sulle mani fiammeggianti:
senza immersione non vieni alla luce

Fotografia di Moises Levy

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centaura incoronata
resta piccola in un respiro corto
poi entra spacca arresta il tempo
ed è la gigantessa
quasi africa e il battista lava
la sacra fessura altare e mausoleo
non sente bene così quel poco non pesa
tutta la bellezza: il dubbio
di non avere capito e niente

Fotografia di Moises Levy

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contro
ora che ti ha raggiunta?
si adagia antioraria sulla mano
esonda di niente l’occhio
e le ali di acqua sulla schiena
dicono aria albedo vastità
morgana è stata qui
e ha snaturato il niente

Fotografia di Moises Levy

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dice: apprendo a nuotare
mentre annega e l’altra salta
sulla groppa e lei esiste e ti apre
ali la schiena e molto è appreso
e più lungo è ciò che è da venire
e dunque è il momento di dire
aria in tutt’altre ali acqua
in tutt’altro mare e tra un attimo
e l’argine è un groppo in gola
è la piena

Fotografia di Moises Levy

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guida per non discendere
la via lessicale una discesa
infida da condurre in solitaria
meglio una crittografia numerica
legge prima della cosa legge
tutto in relazione mai in assoluto:
in salita il giardino verticale

Fotografia di Moises Levy

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è sempre fuori luogo la nostra esistenza
l’ultima parola è una come tante:
il cielo è pietoso la terra troppo popolata
e nessun segno: la misericordia spietata
l’altra quasi morta che non saprebbe fare
del bene neppure a una mosca: e poi
il finale a sorpresa: l’impronta acustica
della foresta di gorgonie fuori luogo fuori
tempo e senso: l’algoritmo novello
per lo zifio le serenelle i coralli
i giovani delfini il capodoglio ridisegna
l’intero milieu intérieur: la disarmonia

Fotografia di Moises Levy

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c’è un passaggio che collega
questo a quel mondo ed è
a portata di tutto per il senso
e del non visibile per il visibile
dunque a portata di niente e albini
non ci vediamo dall’altra parte:
le unità del sottosuolo il gradiente
l’albedo miserevole del mio corpo
la bianchezza impossibile del tuo

Fotografia di Moises Levy

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mezzaluna vuota il fianco
lo presta al segno di qualcosa
che manca: l’albedo interrotta
la sua ferita questa che viene
da un altro mondo al mondo
l’altra che non vuole passare
e ha il tuo tempo te lo prende
lo fa passare: questa non ha
nessuna compassione per te

*

morti gli immortali
siedi piano piano bevi
piano piano esisti
e nel centro della sabbia
un fonema le sue schegge
sciàmano tra occhio e cervello
eppure vuoi solo farle male
o niente

Fotografia di Moises Levy


*

il filo di fiato ci passa
di sonno in sonno il ritmo
di pre di pre di preesistenza
senza cedere: che esista
un dopo a singhiozzo
è ridicolo prima e dopo
e sciamare a piccolo fuoco
prima della vita in un’altra
morte o lo spreco di sonno:
qualcuno che riposa
dallo spreco di fiato

*

deporre cosa?
questa dalla terra è una lama
e ogni cosa è una vastità
e dalla terra dice
di un esercito di uccelli
uova armi nomi: ma dove vanno
se lei e l’altra si andava dilavando

Fotografia di Moises Levy

*

questa se la pungi sanguinerà
continueremo a non provare
nulla sollievo e dolore e così
pungeremo ancora ogni parte
ma niente non sentiremo niente:
e questo è il dolore

Fotografia di Moises Levy

*

se la voce e la cosa è un salto
e non ci corrisponde
tutto è regolare
l’altra fuori controllo:
la poesia è finita
andate in guerra

Fotografia di Moises Levy

*

nel giardino planetario nessun grado di verità:
in cima al rogo accende la sigaretta
un vulcano da taschino inghiotte il mondo
ai piedi del rogo accendo il pescheto
non un diluvio intorno ma la purpurea
non è che un ronzio digitale perenne
perpetua tigre fulva e per sempre

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Maria Grazia Insinga (Milazzo, 1970), dopo la laurea in Lettere moderne, il Conservatorio e l’Accademia musicale, si dedica all’attività concertistica. Docente di Pianoforte presso I’Istituto “Giovanni Paolo II” di Capo d’Orlando, crea diversi laboratori di poesia: nel 2014 dà vita a “La Balena di ghiaccio” il premio di poesia per i giovani in memoria del poeta Basilio Reale, con l’Assessorato dei Beni Culturali e il LOC, Laboratorio Orlando Contemporaneo; nel 2019 al “Premio Lighea” con l’Assessorato dei Beni Culturali e la Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella. Dal 2016 al 2019 è membro del consiglio editoriale di “Opera prima”, iniziativa diretta da Flavio Ermini. Fa parte del Comitato di Lettura di Anterem Edizioni e della giuria del Premio di Poesia e Prosa “Lorenzo Montano”. Sue poesie sono state tradotte in
romeno, francese, inglese, spagnolo e russo. Tra le sue pubblicazioni: Persica (Anterem 2015); Ophrys (Anterem 2017); Etcetera (Fiorina 2017); La fanciulla tartaruga (Fiorina 2018); Tirrenide (Anterem 2020).


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  1. In: Marius Schneider, Il significato della musica, traduzioni di Aldo Audisio, Agostino Sanfratello e Bernardo Trevisano, con uno scritto di Elémire Zolla, SE 2007 ↩︎