Terra d’ulivi edizioni 2023

Scritti da un luogo postumo, con sguardo basso, i versi di Ruggine e polvere  (Enrico Barbieri, Terra d’ulivi edizioni 2023) hanno la bellezza dell’abbandono: nell’osservazione di un mondo in cui tutto è mappato e mercificato, la parola viene a delineare l’esilio dei piccoli, a fare cronaca di sconforti senza rivalsa, di prostrate lealtà. Come astri dolorosi, i versi si raccolgono accanto allo scorrere di un presente di ilarità spettrale: èra distopica di sistematica razzia, dove la debolezza è derisa e derubata persino delle sue stesse pene.
Poesia straniata, non compiaciuta quella di Enrico Barbieri, che volge all’elegia; lo sguardo interiore riporta un giardino gattopardiano di trascuratezze struggenti, in cui tuttavia l’odio non germina. Non c’è, nel poeta, attesa di alcuna rivalsa, se non la cieca, ostinata fiducia nella parola: pur scritta sull’acqua, ebbene sia precisa, faccia del nome di ogni afflitto inventario indelebile, alfabeto sacro.
Barbieri percorre con tenacia melodica il dedalo delle patinate ipocrisie, delle epiche sottratte alle reali, trascurate povertà; solleva con la mano un vento demistificatore, a scuotere le torri di Babele di certe carte stantie, di certe buone calligrafie, che di tragedie d’altri fanno inani mondanità letterarie; ricordandoci che tutto l’inessenziale cede di schianto di fronte a ogni nudo ecce homo: la creatura deprivata che depone nel canto solo il proprio vissuto, giusto o sbagliato che sia, confluendo nell’ampia arteria madre di tribolato splendore che è l’esistenza umana.
Nell’interminato altalenare di torto e perdono, la poesia, instancabile, s’affaccia con pudore, sottovoce: in quanto rimane desto e saldo, nel dire responsabile, che prende parola con lealtà.
Barbieri ci rammenta, con modo e tono apprezzabilissimi, nel verso calibrato, commovente, che spesso nasce dagli angoli lo sguardo che bene inquadra, che tutto vede e riferisce: il colpo di coda di ogni violata innocenza.

*

da: Enrico Barbieri, Ruggine e polvere, Terra d’ulivi 2023

Quando avrete trovato un angolo
e quell’assenza di tutti, il congedo dal caldo opprimente
e gli insetti impareranno da soli la lingua degli esclusi,
quando questo sarà donato una volta coi rumori
della pianura esclusi e gli aerei immobili, incisi
in cielo allo stesso punto dentro ogni persona nel sonno,
quando avrete trovato quel posto, il giorno dopo,
senza alcun avviso, creeranno altre case e altri feudi, tronfi
di cemento mortuario, comprati da chi ha più di voi e
resisteranno a se stessi, loro rapaci estesi sopra ogni vuoto.

Fotografia di Josef Sudek

*

I vecchi hanno la Nube di Magellano sugli schermi televisivi,
tra domande e notizie di morti loro vagano oltre il visibile
e l’invivibile solitudine, qui dove l’umanità ha corridoi
per tutti tranne per chi non compra e protegga in utero il futuro,
solo assenza e la noia, poi il verde vitreo di un nuovo giardino.

*

Lei raccoglie ogni brano di spazzatura da Monteceresino alla pianura,
non bada nessuno, ognuno per sé.
Un giorno gridava e imprecava, suo padre assente, come sempre
vestito di lana grezza d’estate, nessuno ha chiamato aiuto o dato
a Lei una voce: tanto è una pazza, intenta Lei a raccogliere i rifiuti scesi
dalle Ville dei Professori e i loro figli,
già dislocati nei ventri delle Accademie,
Lei innocua e per questo il corpo odiato da chi è disperato
per la sorte di Ognuno.

Fotografia di Josef Sudek

*

La corteccia è l’albero nudo, pensavo dopo il fulmine che aveva colpito,
insieme a una tempesta di elettroni un mese fa, forse due,
i campi e le bestie, i camini.
L’aria si è stratificata e tesa in un disastro di ruggine
e polvere, ogni ora compongono i riti dei vecchi che
tagliano rami morti,
per passare il tempo.

*

L’Universo nel suo epilettico esaurimento nervoso
ha dato il segnale assoluto
al telescopio spaziale, così dall’occhio elettronico è arrivata
l’immagine di ognuno
ovunque e sempre, con le stesse idee in corsa disperata
fino alla croce celeste.

Fotografia di Josef Sudek

*

Essendo in fondo un imbecille
vedo negli occhi del mio cane indietro nel tempo:
Dio, il Big Crunch, Giovanna d’Arco e nulla che sia nuovo,
niente di incredibile,
tutto registrato al contrario in una sequenza dispari poliritmica,
un disastro ebete
dove la cretina nostalgia di un’età fertile gioca con i cani al tiramolla,
tutto il giorno passato così, coi ricordi da imbecille.

*

La mia terra è piana e bianca
Come i ricordi di mio padre “Questa foto g’ha cinquant’anni”
Due uomini gonfiano il petto in un deserto ingiallito,
Altrove, sullo sfondo, c’è il mare di un mondo che era felice,
Forse i negativi mostreranno che uno di loro, il più allegro,
È un’ombra e mio padre vede lo schermo del suo ritorno
Come noi due sopra il Po, secco di ustioni e palafitte, ossa antiche
E la sete di questa terra bianca.

*

Non siamo affatto uguali carne e respiro in terra, nessuno di nascita
casuale, gli alberi sono di chi ha più denaro come le strade libere
e i cavalli del mattino, soli mentre noi guardiamo
in solitudini ferali tutto quel verde preso, come dopo un assedio

Fotografia di Josef Sudek

*

Di luce riflessa d’altri emarginati, noi innati
ignobili viaggiatori dell’Io creiamo il tema
epico che ci manca:
tremiamo in salute, verità piacendo siamo
la copia squallida di chi ha sofferto, fuori
dai luoghi che vediamo da quella follia ammirata
In lontananza, cannibali per festival e marchi
creativi come topi, noi che di peggio abbiamo
questa faccia gonfia, nutrita di prigionie altrui.

Fotografia di Josef Sudek

*

La rotta di ogni foglia Cala in un silenzio, vibra e rende veloce il giorno
Troppo lento per me Qui, in una baraonda nera di paesi trasandati,
Troppo intrusa nei secoli caduti e persi, così lenti tra i fossi e le chiese
Tra le cave di gesso abbandonate, le impronte di chi lavorava qui
Molto tempo prima di me e meno tempo prima di questo tronco
bianco.

*

Una distanza dal tempio È la dolcezza
Nell’intimo assoluto
Termine del creato,
Sentire “io tengo In me la tua persona”
Prima del tempo Che resta, nel crollo
Del giorno bianco, Nell’ombra restituita.
Tutto è dato nell’istante
Non c’è altro: il tempio È solo dentro ogni uomo.

Fotografia di Josef Sudek

*

Io sono l’ultima roccia digrignata a ponente
Il vecchio che non rende la pelle
Sono l’orma del tamburo sul palmo delle mani
Il ritmo dell’assalto, il fine del solitario
L’aurora e il silenzio, il marchio sul fiume
L’autentico dire e non dire, l’aiuto inadatto
Eppure presente, io sono le dita che suonano
Le falesie, le betulle glaciali, il riso dei ciechi,
sono l’alba e il fine del buio, non odio e sono
un’ombra nel tempo incantato, un ritmo mortale.

*

Enrico Barbieri è nato a Pavia dove vive e lavora. Molteplici sono i suoi interessi che spaziano dal teatro al cinema e alla TV. Ha conseguito il diploma d’attore presso la Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Ha partecipato come attore a numerose rappresentazioni presso i più accreditati teatri di Milano e Como; inoltre ha partecipato a spettacoli rappresentati presso: Festival di Salisburgo, Grenoble, Volterra ed altri. Nel campo della poesia ha pubblicato: Il tremore della terra (CFR di Gianmario Lucini), Provincia (Landolfi editore), Terra incognita (Zona Contemporanea), Ore nell’Utero della Bassa (Il seme Bianco Editori), Meno di una pietra (Delta 3).