Giuliano Ladolfi Editore 2021
prefazione di Maria Grazia Calandrone

(estratto)

Dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone, leggiamo:

Questo nuovo libro di Annamaria Ferramosca esordisce con una nascita e prosegue punteggiato da luminose descrizioni di infanzie altrui. L’auspicio naturale pare essere quello di una rigenerazione, di un nuovo originarsi planetario e umano, che spontaneamente fluisca verso un sentire collettivo, una comunità umana futura che abbia abbattuto i confini dello spazio e del tempo […]

La consapevolezza della finitudine coincide con l’accettazione, più che con una rivolta e una costruzione di illusioni di eternità. Tanto più vero perché Ferramosca sembra spesso guardare il mondo da una distanza incommensurabile: non il mondo come entità astratta, bensì il mondo come pianeta fisico e concreto, se scrive «senza più angoscia guardavo / i campi coltivati / che davvero sono blu cobalto / il blu brillante del / dopodiluvio» […]

Questo di Ferramosca pare essere il canto di chi ha vissuto fino a tornare a non comprendere più la differenza tra cosa e cosa: qui è intonato il canto effusivo e confusivo dei bambini e, opportunamente, vengono insinuati dubbi sulla realtà, se «non siamo nel mondo ma in un presentimento».

Perché si desidera sciogliere l’umanità intera in un abbraccio e, infine, cantare solo questo nodo di luce sperata.

*

si fermano i vortici della notte si compie il tempo
l’humus prende forma imita materia d’alba
la morbida piega dei petali
sul petto approda l’arca il bosco oscilla
e uno stormire basso quasi un silenzio
permette all’utero l’ultima spinta
dev’essere pace intorno per il primo grido

così difficile e pure così gioioso
dire di un movimento che prima non c’era
e pure si predisponeva
con l’impercettibile forza del germoglio
un tendere misterioso del seme
verso un cielo che approva che chiama
il piccolo corpo a muoversi sul ventre
inesorabile verso la tepida scia bianca

pianeta d’aria e luce e fango
dalla notte arcaica risvegliate
memorie d’oceano alghe azzurre
e sulla terra l’alba degli incontri
brusio di passi
scavano i fianchi ai monti
una rete di valichi e sentieri
come una profezia

*

segnali dal mare dal bosco

nonostante il silenzio
note indecifrabili mi battono le tempie
mi sorprendono in stupore
come l’ibis
immobile nel fiume

la grande migrazione si rivela all’alba
quando il nitore è allo stremo
e risuonano quelle grida dal mare
ultimi tentativi di una lingua
animale universale a intimare

ora o mai più
è ora di prossimità
insieme aprire la via nel bosco
luminosa assoluta
seguirne i segni chiari sui tronchi
fino al limite dei rami
riconoscere la distanza di rispetto
tra pianta e pianta nido e nido
la discrezione dell’ombra e del chiarore
che permette il respiro alla giungla
e vita alle tante piccole vite in terra
e pure asseconda la loro fine
quieta

*

perché sempre ubbidire
perché non nascondere il capo
nel sacchetto del pane
all’accostarsi solenne dell’angelo
a quel suo eterno gesto di creta azzurrina

basterebbe arginare le folate del manto
deviare in un crepaccio il soffio ardente
basterebbe cercare una falda vicina alla casa
– acqua di prossimità –
per cementare ogni crepa sul muro

chiedere un prodigio diverso se
non i pani ma i muri si moltiplicano
muri a secco
di compassione
non hanno mai riparato
né un rovo né un geco dagli incendi

è un fiume amaro a sprofondare
carsico in petto lasciando allo scoperto
sedimenti incoerenti
domandepietre

*

è l’alba sulle onde arrivano
dal mare di mezzo
non barche ma cesti di gelsomini d’africa
culle intrecciate con erbe di savana
lasciate andare alla deriva
– verrà salvezza dalle acque –
a navigare verso un luccichio di nevi

a nord l’approdo dove
una lupa bianca forse sarà pronta
ad allattare nati non suoi
nord che saprà ancora riconoscere
il respiro caldo delle origini
memoria del cerchio a piedi nudi
era prossimità danza battente
all’unisono con il ritmo del cuore

*

dove cercare altre parole
dove confinate le lingue ospitali

oscurate le mappe della cura
non più evocate le voci
assolute del vagito del rantolo
né il rumore di passi ancestrali
comune scalpiccio che varcava
deserti e continenti

dal gelo antartico – mi dicono –
emergono nuove terre
messaggere forse di altro inizio
altro ritrovarsi altro migrare

imparare dal ghiaccio
a splendere da vivi e a morire
rinascendo in cascata limpida
perché mai muore
chi nel gelo del mondo
mantiene accesa una lanterna
mai muore
chi in ascolto resta sulla soglia

*

mezzogiorno d’estate nenia di cicale
stremati gli olivi addormentati
stanchezza millenaria della terra
a invadermi senza riparo

sento spostarsi in alto lenta
l’aria calda vibrando
un falco nel suo altissimo cerchio
sta muovendo il cielo

a sera mi sveglierà la tua voce
mi dirai della tua giornata
con il riso negli occhi
e quel tuo gesticolare
da adolescente spensierato
che sempre mi commuove

tessuto caldo di suoni che piove
sui nodi miei più inquieti più scuri
fino a che l’ingombro rischiara
e una certezza leggera si fa largo
scuote la vita
tutto ancora scorre

*

terra domani

mi dici ho visto in sogno il futuro
come da un’astronave guardavo
la terra venire incontro al suo domani

a tratti s’illuminava tra i rami
di lanternevoci onde vivide
da una mappa poetica sonora*
(dal brusio emerge ogni voce
e nitida dice con lance di senso)

e i visi i visi di noi futuri
occhi e capelli lucenti
pelle ibrido-bruna

e le note le note
non più distinte ma
divenute paesaggio
bosco che scivola nella città
savana fusa nel villaggio

vedere caprioli in corsa
su autostrade deserte
e lupe venute a partorire
negli hangar silenziosi

sentire feroce il sole ridere
di noi umani confusi reclusi
a schivare corpuscoli armati

ad attendere lentissima
la chiarezza

Fotografie di Sebastião Salgado