da La barca (1935)
Alla primavera
Dal fondo dei mari i vascelli si faranno un’erba
per la rondine acerba al valico dei continenti,
i naviganti nell’oceano vuoto di venti
specchiano la faccia indurita,
i brevi anni nel flusso dell’acqua infinita.
Scendono persuasioni calde sulla terra fiorita,
il timore, l’umiltà della vita.
Le mamme asciugano la loro tristezza
nelle chiese, delle infaticate verità, di se stesse sorprese,
stanno sotto le lampade accese con la loro fanciullezza.
*
Lo sguardo
Lungo i fiumi dai boschi tremolanti
esce l’autunno con gli ultimi canti dei legnaioli;
cercherà nel tempo una nuova giovinezza
per nutrire i fiori d’odore e la luna di pallore
tra poco; i visi perdono il loro tremulo fuoco
per sempre nelle lacrime del perdono,
rendono la bontà, l’amore
le profonde parole senza suono.
I dolori rilucono in atti sorridenti,
nella paura dei sofferenti traspira
una fede vergine, una volontà santa
inclina i fiumi verso il mare e i cuori affranti ad amare
il mondo. I fanciulli con lo sguardo profondo
vedono le bellezze scender dai seni
fiorenti, dai fianchi materni
la pace, il tepore dei lunghi inverni.
Una speranza senza oggetto trema
in loro che li fa infiniti, un’estrema forza
li assume con sé nel cielo con gli occhi miti
volti alla terra che raccoglie i corpi stanchi e ne afferra
i semi; ardono le stagioni future ne’ palpiti estremi
delle mamme, dentro le pupille amare
i ricordi, le vane sofferenze, il lume
di una vita che a loro non seppero donare.
*
I fiumi
Nel cuore dei teneri aprili
vanno le azzurre fusioni dei fiumi
gonfie di naturale volontà
e voi in nuvole semispente
memoria, primo amore, campi lieti
dagli occhi che si spengono
sui capezzali avvolti d’incompresa
quiete e di dubbio.
Con amari sorrisi trascorrono
le beltà conturbando i volti, il sole.
Incredula la madre incanutita
tocca i capelli della figlia
odorosi di pioggia, il suo passato
splendore, l’ombra, il vuoto
di sé l’opprime come un’infeconda
primavera i ruscelli.
Sì dolci e remissivi i corpi
ardono della carità che li accese,
il sangue ha una sponda
sul fiume ghermitore.
*
da Un brindisi (1944)
Dove l’ombra
Dove l’ombra procede e le strade ristanno
tra i fiori, ricordarmi le parole
e le grida dell’uomo è forse un inganno.
Ma sempre sotto il cielo consueto
ritrovo le mie tracce, il mio sole
e gli alberi remoti dal tempo
fissi dietro le svolte. E sempre,
ancor che mi sia noto il dolce segreto,
sulla polvere quieta, tra le aiuole,
m’indugio ad aspettare che sporga
un viso inenarrabile dal sole.
*
da Primizie del deserto (1952)
Né il tempo
Le tue mani afflitte si appigliano alla proda,
t’inerpichi, t’addentri nel paese,
segui la strada grigia dei defunti.
Il tuo nome non so, forse è l’Acconsolata
o l’Apparita o un altro tra gli innumeri
di cui a lungo mi fu velato il senso,
non il presagio se li udivo tributati
a qualche tabernacolo o a una curva
di quelle vie che sentono l’esilio.
È questa la nostra regione senza limiti,
cogline i fiori tristi, le erbe opache,
messe che oscilla intentata; riposa.
E quel grano non so che sia
pallido nel campo abbandonato
dove niente rimane da sperare.
Ora falcia le reste grige, il triste
velo a perdita d’occhio delle spighe,
inoltrati nel folto senza fine.
Qui è il dominio che dobbiamo saccheggiare,
l’abbondanza da mietere, né il tempo
sollecita e la brama non è più.
È la nostra regione senza sole,
ecco il colore della pena sterminato
di cui non t’era noto che un indizio
dove un muro s’apriva o un’apparenza
nella luce, tra i fiori di quaresima…
e prende nome ciò che s’è perduto,
sofferto e non inteso che per segni.
Riconosco la nostra patria desolata
della nascita nostra senza origine
e della nostra morte senza fine.
È questa, l’avevo chiamata il caso,
l’avevo chiamata l’avventura
o la sorte o la notte o con quei nomi
inquieti che mi dettava l’angoscia,
non la pietà che penetra, che vede.
*
Forse dice l’addio
Ma ecco la piovosa notte originaria
quando da nuvole basse
un vento fine, accogline l’offerta,
precorre la primavera…
vagano voci rotte, cani mogi,
segni che nessuno raccoglie,
presagi che si spengono nel vuoto.
E un sibilo non so che dica
roco tra le tue mani disseccate
dove il sangue non brucia, né dispera.
Come facile, dice, fu la perdita,
o forse dice la rinunzia,
forse dice l’addio:
guarda il tempo dell’arancia sconsolato,
quello breve del mandorlo,
giorni che porto all’oblio,
grani che disperdo tramutando.
Di me non c’è traccia negli anni
se non come raccontano un viaggio
le impronte sulla sabbia d’un deserto.
*
da Onore del vero (1957)
Come deve
Che vuoi che vieni da così lontano
ed entri a volo cieco nella nebbia
fin qua dove gli uccelli anche di nido
da ramo a ramo perdono la traccia?
La vita come deve si perpetua,
dirama in mille rivoli. La madre
spezza il pane tra i piccoli, alimenta
il fuoco; la giornata scorre piena
o uggiosa, arriva un forestiero, parte,
cade neve, rischiara o un’acquerugiola
di fine inverno soffoca le tinte,
impregna scarpe ed abiti, fa notte.
È poco, d’altro non vi sono segni.
*
da Nel magma (1963)
Ma dove
Non è più qui insinua una voce di sorpresa
il cuore della tua città e si perde
nel dedalo già buio
se non fosse una luce
piovosa di primavera in erba
visibile al di sopra dei tetti alti.
Io non so che rispondere e osservo
le api di questo viridario antico,
i doratori d’angeli, di stipi,
i lavoranti di metalli e d’ebani
chiudere ad uno ad uno i vecchi antri
e spandersi un po’ lieti e un po’ spauriti nei vicoli attorno.
Non è più qui, ma dove? mi domando
mentre l’accidentale e il necessario
imbrogliano l’occhio della mente
e penso a me e ai miei compagni, al rotto
conversare con quelle anime in pena
di una vita che quaglia poco, al perdersi
del loro brulicame di pensieri in cerca di un polo.
Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta stretta.
*
da Dal fondo delle campagne (1965)
Colpi
La potatura d’alberi rintocca
colpo su colpo di pennato. Il freddo
fa rilucere i tagli ancora vivi.
Tempo che l’uomo in là con gli anni dice:
sono com’ero in compagnia del fuoco
che avviva e rode la sostanza, veglio
su quel che brucia e quel ch’è fatto cenere,
tengo fede ai pensieri d’una volta.
Pure non è gran cosa, è men che poco.
Anni, ancora, che quanto viene offerto
sotto la specie del dolore
tarda a farsi vita vera.
Per anni e anni
la vita segue la vita
con la fedeltà che ha l’ombra
mentre scorre il fiume,
mentre il filo d’erba trema
tra pala e pala della falciatrice
e l’uomo appena uscito dalla prova
integro o privato del suo bene
solleva il capo fino al nuovo colpo.
*
da Al fuoco della controversia (1978)
Sparito dal duro avvenimento,
dissolto nell’autunno della sua parabola, morto
o solo perso di vista,
solo introvabile dal cuore
mentre scende
e penetra il vigore delle epoche
occultato da una contumacia profonda
troppo lungi dalla memoria
troppo in là per la preveggenza – mi dico
e penso la martora, lo sgombro
quasi un’ondata di ritorno
mi riporti ai grandi vivai
– nella semiluce del bosco,
nella notte dei fondali? – dovunque
si spostano in un loro firmamento
le grandi stelle biologiche, i grandi animali.
*
da Frasi e incisi di un canto salutare (1990)
Vola alta, parola
Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…
La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?
*
da Per il battesimo dei nostri frammenti (1985)
Deserto – quale deserto? Questo
Deserto – quale deserto? Questo,
questa vacanza
di umanità nell’uomo,
questo orribile interregno –
o non è così, e sono io
che muoio? – è una troppo lunga assenza
di me
da quale grande abbeveratoio?
penso: e porta questo pensiero
un vento di serir.
*
da Dottrina dell’estremo principiante (2004)
S’aprì, acqua di roccia
S’aprì, acqua di roccia,
stillò, vena indecisa
fino a un gorgoglio di sorgente
sotto il sole che la incendia –
ed eccola inondarli
lei i ruscelli
del suo scoscendimento
e l’arcata del suo balzo,
acqua e fuoco, ora
ed infanzia
divenuta eloquio
chiaro e cupo, mutevole e eterno,
grondandone come stalattiti e muschio
denti e barba dei profeti
per età aride,
in terre deserte
profusa a ogni battesimo.
Con essa in altri tempi ho molto gozzovigliato
però niente dissipando: niente.
Così parla la parola,
testimonia questo la testimonianza.
***

Mario Luzi (Castello, presso Sesto Fiorentino, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005) è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, oltre che saggista, traduttore, drammaturgo e docente universitario. Dopo gli studi liceali a Firenze, si laurea in letteratura francese all’Università di Firenze con una tesi su François Mauriac; in questi anni frequenta il gruppo degli intellettuali legati all’ermetismo fiorentino (Carlo Bo, Oreste Macrì, Bigongiari, Parronchi).
Esordisce precocemente con La barca (1935), cui seguono Avvento notturno (1940), Un brindisi (1944) e Quaderno gotico (1947), opere ancora prossime alla stagione ermetica, ma già percorse da una tensione metafisica e conoscitiva del tutto personale. A partire da Primizie del deserto (1952) e Onore del vero (1957), la sua poesia si apre progressivamente alla storia, alla crisi del soggetto e al rapporto fra tempo, materia e trascendenza.
In particolare, con Nel magma (1963), Luzi inaugura una fase decisiva della propria ricerca: il verso si distende, si fa più discorsivo e drammatico, virando a una poesia più ampia, dialogica, capace di confrontarsi con la storia, il mutamento sociale e la crisi della soggettività moderna. A questa fase appartengono anche Dal fondo delle campagne (1965), Su fondamenti invisibili (1971), Al fuoco della controversia (1978), Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), Frasi e incisi di un canto salutare (1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994) e Dottrina dell’estremo principiante (2004).
Parallelamente Mario Luzi svolge intensa attività di traduttore (in particolare dal francese), critico e autore teatrale. Dal 1955 insegna letteratura francese all’Università di Firenze. Nel 2004 viene nominato senatore a vita dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, riconoscimento simbolico di un’autorità morale e letteraria ormai unanimemente riconosciuta. La sua poesia, in costante dialogo tra materia e trascendenza, storia e visione, costituisce una delle testimonianze più alte della modernità poetica italiana. Muore a Firenze nel 2005.
Edizioni di riferimento: Mario Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1978; nuova ed. accresciuta, Garzanti, Milano 1988; quindi L’opera poetica, a cura di Stefano Verdino, Mondadori, Milano, I Meridiani, 1998.
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Tutti i testi sono tratti da Mario Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1988

